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Politica e antipolitica, una questione di spazi

di Fabio Germani

Spesso è una questione di spazi. Quando la misura è colma – espressione che di per sé non deve assumere necessariamente un’accezione negativa – viene avvertito dalla società come un senso di asfissia e il bisogno impellente di ritagliarsi un nuovo spazio. Questa è l’antipolitica, uno spazio diametralmente opposto che di anti- ha esclusivamente il rifiuto di quello fin qui occupato. Muta la sua connotazione culturale e psicologica, ma è solo un modo alternativo di intendere la cosa pubblica. Così come il tardo capitalismo ha conosciuto diverse trasformazioni, dal modello commerciale a quello industriale sino a sfociare nella finanza, politica e antipolitica sono parte del medesimo sistema che nel tempo avvicina, o allontana, i cittadini ai partiti.
A lanciare l’allarme “antipolitica” è stato qualche giorno fa il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Ripensare il finanziamento pubblico ai partiti, dopo gli scandali Lusi e Belsito, non deve tuttavia – secondo Bersani – alimentare la demagogia. “Se non contrastiamo l’antipolitica ci spazzerà via tutti”, ha chiosato il segretario del Pd. Poi accade che i giornali ci mettano del loro, ricordando come il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo – emblema dell’antipolitica mediatizzata – sia ora il terzo partito secondo un recente sondaggio Swg che lo attesta al 7,2%. Rilevazioni alla mano, viene da chiedersi quali elementi siano da contemplare nell’antipolitica e quali no. È un dubbio legittimo, il nostro, poiché a più riprese è stata considerata “antipolitica” quella perpetrata dalla Lega Nord e persino il berlusconismo della prima ora tentò di rappresentare il punto di cesura rispetto allo spazio della Prima Repubblica per divenire in seguito una rinnovata forma di establishment.
Anche nei racconti sono rintracciabili schegge di antipolitica. Molti gli articoli letti sui quotidiani, la scorsa settimana, zeppi di stereotipi utili (si fa per dire) a spiegare il fenomeno Lega. Quasi a voler dimostrare, sbagliando, che la liturgia simbolica del Carroccio sia stata l’unica ragione di un consenso elettorale che negli anni ha registrato al Nord risultati eclatanti. Dimenticandosi cioè della riproduzione di tutte quelle relazioni, ai primordi del movimento, che ancora prima avevano caratterizzato i partiti di massa e gli elettori nel contesto di una dirimente identità territoriale.
La politica, da intendersi evidentemente quale “classe dirigente”, è però corresponsabile delle attuali difficoltà dei partiti. Più volte si è dimostrata incapace di stare al passo con i tempi, di prevedere i mutamenti macroeconomici, di configurare ipotetiche barriere di contrasto alla crisi i cui accenni furono chiari anzitempo. E poco ha fatto per dare una migliore immagine di sé, questo è innegabile. Ma derubricare la dialettica a una mera questione di politica vs. antipolitica – ammesso e non concesso che esista una tale contrapposizione – appare più un esercizio di stile che una empirica osservazione della realtà. Come se il passato non contasse più nulla.

Leggi anche:
E’ troppo tardi (e non è antipolitica)

 

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