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Coloro che “tirano” nel mondo del lavoro

di Giacomo Bianchi

(continua da qui) Quanto emerge dai dati, ma purtroppo anche dall’attualità, è che l’utilizzo di cocaina sul luogo di lavoro è un fenomeno che coinvolge categorie lavorative sempre più eterogenee. Ma cosa hanno in comune un neurochirurgo e un muratore a cottimo quando assumono cocaina per la loro vita lavorativa?
Entrambi provengono da categorie professionali difficilmente paragonabili con differenti competenze, priorità, scopi, ruoli. Una ipotesi è che le due categorie professionali condividono gli effetti che la cocaina produce, ovvero l’aumento della sensazione di lucidità e di disinibizione sociale, la diminuzione della percezione della fatica, della fame e del sonno. Infatti, la cocaina produce dei cambiamenti biochimici nell’area del cervello adibita alla percezione del piacere e della memoria di esso. Tale area in presenza di adeguati stimoli esterni produce dopamina, sostanza adibita alla trasmissione degli stimoli del piacere e del benessere. Nello specifico, la cocaina impedisce alle terminazioni nervose di riassorbire la dopamina, aumentando così il suo livello nell’organismo, e con il suo uso prolungato aumenta la tolleranza da parte del cervello del neuro-trasmettitore. Questo processo porta l’individuo ad uno stato di malessere psicofisico caratterizzato da una condizione depressiva, dall’esaurimento fisico e soprattutto dal desiderio irrefrenabile del consumo di cocaina al fine di mantenere lo stato di benessere. Quindi i suoi effetti nel contesto lavorativo possono essere ricercati dal lavoratore come mezzo di sostegno per far fronte a situazioni problematiche che possono scaturire sia dalla sfera privata, ovvero da situazioni di disagio economico, famigliare ed esistenziale, che da quella lavorativa come lo stress, la mancanza di controllo e di autonomia.
Oltre a questi aspetti è possibile trovare ulteriori spiegazioni per la comprensione del fenomeno come, ad esempio, delle tipologie di personalità simile o dei suoi disturbi; ma la personalità e i suoi disturbi, come gli effetti, da soli non permettono di comprendere a pieno la complessità del fenomeno e le ragioni che legano le differenti tipologie di lavoratori che fanno uso di cocaina nel lavoro. Infatti, come sottolineato dagli studi di ricerca che si sono concentrati sull’utilizzo della cocaina nel lavoro come strumento per migliorare le prestazioni lavorative, i modelli sociali economici e culturali condivisi possono rappresentare concause dell’abuso.
Tali studi hanno evidenziano come contesti sociali e lavorativi caratterizzati da schemi, valori e norme implicite ed esplicite che tendono al massimo rendimento, alla competizione e all’efficienza portino i lavoratori a far ricorso alla sostanza non per “sopportare” il lavoro, ma per “allinearsi” a tali standard. In questo caso l’individuo tende e pensa che il consumo moderato della sostanza possa essere un utile strumento al raggiungimento dei propri scopi e degli standard desiderabili. Inoltre, secondo alcuni sociologi, in una società come quella attuale caratterizzata da continui cambiamenti, evoluzioni e accelerazioni sia tecnologiche che informatiche, l’individuo tende a utilizzare sostanze psicoattive per raggiungere un equilibrio interiore perennemente minacciato da questi fenomeni. In altre parole, in una società globale e deregolamentata, gli individui sono lasciati all’autoresponsabilità che attraverso l’uso delle droghe si trasforma in automedicamento nel quale il soggetto accetta le conseguenze della droga considerandole come controindicazioni che un qualsiasi farmaco ha. Infine ulteriori studi pongono l’accento sull’incremento della tolleranza e normalizzazione di questa sostanza nella società e di conseguenza nel modo lavorativo, attraverso dei processi di accomodamento culturale, cioè un mutamento che permette di trasformare un comportamento prima stigmatizzato in un comportamento tollerato. Nel caso specifico, l’individuo che utilizza la cocaina non viene più stigmatizzato come tossicodipendente, ma viene tollerato come consumatore di un bene specifico e la cocaina, da oggetto di consumo di una determinata subcultura stigmatizzata e deviante, diventa oggetto di consumo della cultura dominante e quindi tollerata.
Emerge dunque un confine sottile tra i fattori individuali e sociali che delineano le caratteristiche psicologiche dei differenti lavoratori che ricorrono alla cocaina nei loro differenti contesti lavorativi. Infatti è difficile stabilire se questo comportamento sia dato da un’influenza sociale, da uno stato di disagio provocato dal mondo esterno o da una particolare personalità o da un disturbo di essa.
In ultima analisi ognuno di questi aspetti d’indagine è un elemento chiave, ma non esaustivo per comprendere il problema e i fenomeni psicologici ad esso sottesi. Ma resta di fondo una finalità comune alle svariate professioni: ottenere risultati migliori in minor tempo, in un contesto in cui una sfrenata competitività con se stessi e con il mondo esterno sembra scandire i ritmi di lavori e professioni tanto diverse tra loro.

Giacomo Bianchi
Scuola internazionale di Dottorato
in Formazione della persona
e mercato del lavoro
Adapt – CQIA
Università degli Studi di Bergamo

Questo articolo è estratto dal Dossier Cocaina e prestazioni lavorative: profili normativi, psicologici e legali, per gentile concessione di Adapt – Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro e sulle Relazioni Industriali (www.adapt.it)

 

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