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Il digitale nell’agenda della crescita

di Marco Perazzi

Il Presidente Monti e la sua squadra di ministri sono stati ben chiari, quando a dicembre hanno preso le redini del Paese, su quale sarebbe stata l’agenda politica di governo: prima il risanamento, poi la crescita.
Mentre le decisioni del Presidente Monti e del ministro Fornero erano dunque attese con rassegnazione e consapevolezza della necessità del rigore, aspettative più speranzose erano riposte nell’azione del ministro Passera; il compito di quest’ultimo si presentava tuttavia ben improbo, dato che di risorse per attivare politiche anti-cicliche non ve ne era traccia all’inizio e, sembra purtroppo probabile, non ve ne sarà nel breve periodo.
D’altra parte, in un’economia doppiamente malata, di debito e di crescita, erano semmai infondate le speranze di chi riteneva potessero coniugarsi le due terapie in un’unica medicina.
Per far ripartire l’affaticato motore della nostra economia, occorre perciò individuare una terza via lungo cui lo Stato, nel rispetto dei saldi di bilancio, riesca ad attivare dinamiche di sviluppo liberando e abilitando quelle forze già presenti sul mercato.
Con queste premesse, per il nostro Paese diventa a maggior ragione irrinunciabile l’adozione, finalmente, di una propria agenda digitale, per recuperare anzitutto il digital divide col resto d’Europa, e per agire sul terzo, grosso freno che blocca la nostra economia.
Al pari dell’eccesso di debito e della scarsa crescita, l’attenzione va puntata sulla bassa produttività del lavoro che caratterizza il nostro tessuto industriale; la crescita infatti può arrivare, per un’economia o un settore, dall’aumento dell’occupazione o dalla migliore efficienza nei processi produttivi e da quella nel lavoro delle persone impiegate.

Gli indici di crescita della produttività elaborati dall’OCSE, riportati nelle figg.1 e 2, fotografano impietosamente la posizione di retrovia dell’Italia in un confronto con le altre principali economie europee e mondiali; ritardo che va via via aggravandosi a partire dall’entrata in vigore della moneta unica.
Con l’entrata dell’euro, e chiusa l’era delle svalutazioni delle monete nazionali a sostegno delle competitività industriali, i Paesi membri hanno più volte dichiarato le propri intenzioni di voler individuare strategie e politiche di crescita nuove e condivise, in grado di rendere l’economia del continente competitiva nel suo complesso sullo scenario globale. Tali volontà si sono concretizzate, almeno programmaticamente, in manifesti come la “eEurope iniziative” (per la transizione verso una knowledge based economy) e la più ampia “Strategia di Lisbona”, quest’ultima in particolare puntava sulla sostenibilità quale driver principale per la crescita dell’economia europea.
Anche alle ICT veniva riconosciuto un ruolo importante, benché più nella veste di tecnologia d supporto al disegno generale più ampio che in quella di settore focale verso cui confluire investimenti e politiche mirate.
Continuando a supportarci nell’analisi coi dati dell’OCSE, si evidenzia però come per quei Paesi che hanno più investito in ICT si siano registrati anche trend positivi di crescita della produttività; ciò che soprattutto dovrebbe colpire nella lettura, da una prospettiva nazionale, è che l’Italia vanta una triste coerenza tra l’andamento della produttività e quello degli investimenti in ICT (espressi in percentuale degli investimenti nazionali in capitale fisso, escluso il residenziale).

L’adozione di un’agenda politica da parte del governo rappresenta dunque una sorta di ultima chiamata per il nostro Paese; per quanto restino anche altri nodi da sciogliere, all’innovazione digitale deve essere assegnata, tra le tante urgenze, una priorità particolare.
La definizione di un vero piano nazionale coordinato e puntato sull’innovazione digitale, ed una sua attuazione concreta, potrebbe innescare un ciclo virtuoso in grado di impattare positivamente almeno su quattro voci principali:

– riduzione dei costi nella pubblica amministrazione;
– efficientamento dei processi produttivi;
– stimolo di investimenti, anche stranieri, in un settore in forte crescita;
– crescita occupazionale ed opportunità imprenditoriali, soprattutto tra i giovani.

Tra quelli citati, un commento particolare lo meritano i primi due.
La pubblica amministrazione, per cominciare, avrebbe senz’altro molto da guadagnare da una digitalizzazione dei suoi processi, sia sotto l’aspetto del contenimento dei costi sia sotto quello della qualità dei servizi finali erogati al cittadino.
Per una voce di spesa che impatta per più del 50% del PIL sul bilancio dello Stato, l’implementazione degli strumenti che le ICT mettono a disposizione diventa a maggior ragione, in questo particolare momento, una scelta obbligata: l’adozione dell’e-procurement, per l’acquisto di beni e servizi per via elettronica, e la dematerializzazione nei processi amministrativi, con lo snellimento di questi ultimi e la riduzione dei tempi di processa mento delle pratiche, sono solo alcuni dei vantaggi più facilmente pronosticabili.
Non va dimenticato inoltre che la pubblica amministrazione, proprio per via della sua pervasività nell’organizzazione dello Stato italiano, può svolgere un importante ruolo di traino, facendo d stimolo a tutti i settori dell’indotto ed in rapporti con essa.
Molte delle stesse innovazioni possono portare vantaggio anche per le imprese, specie le medio-piccole; l’adozione su larga scala del cloud inoltre (nelle diverse declinazioni di software as a service, platform as a service, infrastructure as a service) consentirebbe a molte aziende di efficientare gran parte dei propri processi interni, convertendo parte dei costi fissi (CAPEX) in costi operativi (OPEX).
Va inoltre evidenziato come, per le attività di tipo commerciale in modo particolare, soluzioni quali il mobile payment e l’e-marketing schiudono opportunità altrimenti precluse nell’ampliare i propri mercati e nell’arricchire la propria offerta di beni o servizi, nonché nel personalizzarla sul cliente.
L’agenda digitale europea stessa, infatti, individuava tra le principali aree d’azione quella della creazione di un mercato digitale unico e dinamico; a questo proposito va detto che rispetto al 2010, quando nella digital agenda già si denunciava il grave ritardo dell’UE in mercati come quello dei servizi dei media, poco ad oggi è purtroppo cambiato.
In quest’ultimo settore, dove i modelli commerciali tradizionali sono stati stravolti, e in alcuni casi completamente superati e sostituiti, i principali player mondiali (Amazon, Google, E-Bay, Facebook) restano quelli d’oltreoceano, mentre si fa ancora attendere un credibile competitor europeo.
A fronte dello scenario a grandi linee disegnato, si potrebbe obbiettare l’aleatoria quantificabilità, in termini economici, dei benefici prospettati.
In risposta all’obbiezione è il caso di segnalare come diverse primarie società di consulenza internazionale (McKinsey e Boston Consulting Group tra le altre) hanno prodotto le proprie analisi di scenario. Per l’Italia se ne è occupato Andrea Rangone, professore di strategia aziendale al Politecnico di Milano e coordinatore degli Osservatori ICT&managemnt (un punto di riferimento di eccellenza nel campo, non solo a livello nazionale). Nella sua analisi, ha stimato il contributo che le tecnologie per l’informazione e la comunicazione possono dare sia in termini di contenimento del debito che in produzione di PIL e, più in particolare, ha valutato che:

– l’innovazione digitale può portare un beneficio potenziale calcolato intorno ai 40 miliardi di euro;
– la crescita del PIL potrebbe essere tra i 4 decimali e i 9 decimali di punto.

Il combinato dei due aspetti, con l’effettiva monetizzazione di anche solo una parte dei benefici stimati, avrebbe perciò la capacità di far svoltare decisamente le sorti dell’economia italiana, anche nel caso si realizzasse lo scenario peggiore, elaborato di recente dal Fondo Monetario Internazionale, di una contrazione del PIL del 2,2% nel 2012.
Occorre tuttavia che la politica si attiva, senza accumulare ulteriori ritardi affinché si crei un contesto favorevole all’avvio di un’economia digitale. Sulla banda larga e larghissima e sulle frequenze vi sono già peraltro i grandi operatori del settore pronti ad investire, pur nel quadro sfavorevole della congiuntura economica attuale.
In assenza di capitali pubblici da investire, lo Stato può e deve fare comunque la sua parte sciogliendo quantomeno i lacci normativi che imbrigliano gli investimenti infrastrutturali nelle reti tecnologiche.

 

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