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Tra crescita e rigore per superare la crisi

L’Europa scricchiola. Standard & Poor’s ha declassato il rating della Spagna da A a BBB+ e abbassato quello a breve termine da A1 a A2. La decisione dell’agenzia internazionale è dipesa dal rischio che Madrid sia costretta ad innalzare l’ammontare del debito pubblico e sostenere le banche iberiche (in Spagna, intanto, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 24,4%). La settimana non è stata delle più felici per il Vecchio continente. I mercati hanno reagito negativamente al successo di Hollande al primo turno delle presidenziali francesi. Un appuntamento elettorale, quello del 6 maggio che decreterà in via definitiva chi sarà l’inquilino dell’Eliseo, molto atteso poiché darà il la a nuove trattative e avrà senz’altro ripercussioni in chiave europea.
In questi giorni il presidente della Bce, Mario Draghi, ha auspicato un “growth compact”, vale a dire un patto incentrato tutto sulla crescita che completi il precedente fiscal compact approvato a marzo.
Il presidente francese uscente, Nicolas Sarkozy, ha chiosato in un dibattito televisivo che non intende prendere ordini da Draghi, pur ammettendo che la crescita è una questione dirimente (l’Italia sta intrattenendo rapporti assidui con la Germania sul tema, anche in vista di eventuali cambi al vertice in Francia). L’Economist, dal canto suo, non sembra gradire l’ipotetica vittoria del candidato socialista, reo di non avere nel suo programma né una ricetta né proposte concrete per permettere al suo Paese di affrontare al meglio la crisi. Hollande ha illustrato quattro punti che caratterizzeranno la sua politica europea in caso di vittoria elettorale: la rinegoziazione del fiscal compact che a suo dire è troppo rivolto al rigore e poco attento alla crescita (per Monti la modifica non è “all’ordine del giorno”); l’istituzione di eurobond (di cui però, come si è visto anche in passato, la Germania non vuol sentir parlare); la Tobin tax (la tassa sulle transazioni finanziarie), già proposta da Sarkozy e osteggiata tuttavia dal Regno Unito; nuovi capitali per la Banca europea per gli investimenti (Bei) e lo sblocco dei fondi strutturali inutilizzati. Ma a non convincere l’Economist è soprattutto l’ostentata resistenza al cambiamento e la volontà di preservare il modello sociale francese che imporrebbe una tale rivisitazione delle politiche europee.
Il 6 maggio, oltre che in Francia, si voterà anche in Grecia dove si sta discutendo dell’ipotesi dichiarata (ma non auspicata) dal governatore della Banca centrale greca, George Provopoulos, di uscire dalla zona euro nel caso in cui non si riesca a mantenere fede alle misure di austerità concordate finora.
Venerdì mattina, infine, il premier Mario Monti ha avuto un colloquio a Bruxelles con il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso. “La nostra discussione – si legge in una nota congiunta – si è focalizzata sull’attuale situazione economica in Europa e in particolare nell’area euro. Ci troviamo di fronte a delle sfide notevoli in termini di crescita e dell’alto livello di disoccupazione. Abbiamo concordato che il rilancio della crescita deve avvenire attraverso un impegno senza tregua per il miglioramento della competitività e non attraverso un ulteriore indebitamento. Il consolidamento fiscale deve dunque procedere assieme a degli investimenti mirati per aumentare la competitività e al tempo stesso contribuire a rilanciare la domanda nel breve termine. Siamo anche d’accordo sulla necessità di sviluppare ulteriormente il mercato unico, che è il mezzo più importante per la promozione della crescita e dell’impiego a livello europeo, e di rafforzare l’applicazione delle sue regole. In particolare, ci devono essere dei progressi accelerati e più efficaci nei settori dell’economia digitale, dell’energia e dei servizi. Rimarremo in stretto contatto su questi temi in vista del Consiglio europeo di giugno e ci incontreremo di nuovo il 15 maggio”.

 

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