Un grande interprete del surrealismo: Joan Mirò | T-Mag | il magazine di Tecnè

Un grande interprete del surrealismo: Joan Mirò

di Stefano Di Rienzo

Attualmente a Roma nella splendida cornice del Chiostro del Bramante si sta svolgendo una mostra dedicata a Joan Miró (dal 16 marzo 2012 al 10 giugno 2012), artista catalano che lasciò un segno inconfondibile nell’ambito delle avanguardie europee.
Era da molti anni che Roma non ospitava una rassegna espositiva dell’opera di Joan Miró, uno dei più noti artisti del Novecento. La mostra comprende oltre 80 lavori mai giunti prima in Italia, tra cui 50 olii di sorprendente bellezza e di grande formato ma anche terrecotte, bronzi e acquerelli.
L’esposizione è suddivisa cronologicamente e tematicamente in nove sale dove si può ammirare una buona selezione di opere legate all’ultimo trentennio della sua attività a partire dagli anni sessanta e settanta, ben dopo gli esordi folgoranti che già a partire dagli anni venti fecero di Miró uno dei grandi protagonisti della stagione delle Avanguardie Storiche e in particolare di quel Surrealismo che il maestro catalano interpretò sempre in maniera personale (lo stile di Miró tra macchie grafismi e impronte è uno dei marchi più riconoscibili del secolo).
L’esposizione contempla l’intera produzione artistica di Miró tra gli anni 1908-1981, con un particolare approfondimento rivolto alle opere create negli anni in cui visse a Mallorca, (dal 1956 alla morte nel 1983) periodo in cui aveva a sua disposizione un grande atelier e un laboratorio a contatto con la natura sua musa ispiratrice che gli ha permesso di dare vita a nuove idee e che gli ha fatto iniziare contemporaneamente più opere, un ampio spazio tutto suo dove lavorare protetto dal silenzio e dalla pace.
In occasione della mostra lo studio che Mirò aveva tanto desiderato dove creò i suoi capolavori è stato ricostruito scenograficamente all’interno degli spazi espositivi. Si potranno vedere anche tutti gli oggetti i pennelli e gli strumenti originali che l’artista usava e che si sono conservati grazie all’attività della Fondazione.
A Mallorca terra natia di sua madre, dopo un’altra parentesi parigina in seguito allo scoppio della guerra civile spagnola, Miró torna al momento dell’invasione nazista in Francia, ed è qui che crea le opere ora visibili a Roma tra cui gli olii “Femme dans le Rue” (1973), e “Untitled” (1978) i bronzi come “Femme” (1967), e gli schizzi tra cui quello per la decorazione murale per la Harkness Commons-Harvard University tutti provenienti dalla collezione di Palma di Maiorca dove la Fondazione Pilar di Joan Mirò detiene molte opere dell’artista concesse in via del tutto straordinaria per l’esposizione italiana.
La mostra prodotta e organizzata da Arthemisia Group è stata curata da María Luisa Lax Cacho, ritenuta a livello internazionale tra i maggiori esperti dell’opera di Mirò.
“L’incontro di fantasia e di controllo, di oculatezza e di generosità, che forse si può considerare una caratteristica della mentalità catalana, può spiegare in parte la base fondamentale dell’arte e della personalità di Joan Mirò”, così ha scritto Gillo Dorfles (critico d’arte, pittore e filosofo italiano) in un saggio dell’artista catalano. E per questo che la cornice rinascimentale del Chiostro del Bramante è il luogo più opportuno alla rassegna espositiva quale contrappunto allo spirito multiforme di Mirò e al suo linguaggio fatto di macchie, grafismi, spruzzi, impronte, abrasioni, suture e chiodi.
Sin dal principio della sua attività Mirò ritenne che l’obiettivo dell’artista dovesse concernere progetti di grande portata come i dipinti murali e altri lavori d’arte pubblica che offrivano anche l’opportunità di collaborare con architetti e artigiani lasciando alla pittura da cavalletto una posizione secondaria. Tali progetti erano caratterizzati da una sintesi tra architettura e arti plastiche derivata dalla sua profonda ammirazione per Antoni Gaudì.
Abbandonato del tutto il cavalletto Mirò dipinge a terra, cammina nelle proprie tele, vi si stende sopra producendo spruzzi e gocciolamenti fino a passare agli ultimi anni di attività dipingendo con le dita, stendendo il colore con i pugni e cimentandosi nella pittura materica, spalmando gli impasti su compensato, cartone e materiali di riciclo.
E lo stesso si può dire di certi paesaggi monocromi a carboncino nero degli anni ’70, opere sfumate, minimaliste raccolte in un’unica sala che evocano la predilezione di Mirò in quella stagione per il nero degli impressionisti astratti americani e per la calligrafia elementare. Da segnalare anche alcune sculture frutto delle sperimentazioni che Miró coltivando un certo ecclettismo di fondo realizzò nell’arco della sua vita con diversi materiali e tecniche dal collage all’assemblaggio.

 

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