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Green Hill, esiste il compromesso tra etica e ricerca?

di Matteo Romani

Nonostante il “bucolico” nome evochi un certo senso di pace e tranquillità, al “canile” di Montechiari “Green Hill”, letteralmente collina verde, di proprietà dell’azienda farmaceutica americana Marshall, si sperimentano sugli animali terapie dalle quali ricavare, un giorno, cure efficaci per contrastare gravi patologie che colpiscono anche gli uomini. Insomma, per dirlo alla latina, mors tua (animale) vita mea (uomo). Un detto, o più propriamente, un modo di agire e di intendere la ricerca medica che non è andato giù ad un gruppo piuttosto nutrito di animalisti che lo scorso sabato ha liberato una ventina di cuccioli, con un vero e proprio blitz, seguito da scontri e momenti di tensione con le forze dell’ordine. Risultato, 12 attivisti prima arrestati e poi rilasciati dopo 48 ore di detenzione e tre cuccioli “riacciuffati” dalle forze dell’ordine e riconsegnati al canile. L’azione di “Occupy Green Hill” come sono stati ribattezzati gli autori del blitz, ha avuto una vasta eco, sui giornali quanto nell’opinione pubblica, originando un dibattito complesso che fatica a trovare un compromesso tra ricerca ed etica.
La prima a farsi sentire è stata l’azienda: “Questo movimento è diventato violento e criminale. Le azioni violente e sconsiderate condotte a Green Hill sabato hanno arrecato danni e hanno messo la vita delle forze dell’ordine e degli animali a rischio. Conduciamo un’attività legale, necessaria per la comunità medica e scientifica, per il suo fondamentale ruolo nel migliorare la salute delle persone e degli animali. Le principali cure ai pazienti che soffrono di malattie anche gravi sono state messe a punto grazie alla sperimentazione sugli animali, pensiamo ad esempio ai chemioterapici”.
Sostegno alla ricerca sugli animali è arrivato anche da Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” mentre per gli attivisti si è mossa l’ex diva Brigitte Bardot che, dopo aver abbandonato la carriera di attrice, da anni conduce una dura battaglia per la difesa dei diritti degli animali. Ma gli italiani non sembrano mostrare dubbi sulla “fazione” da appoggiare: l’86,3% -secondo un’indagine dell’istituto di ricerca Eurispes – si dice contrario alla vivisezione che viene sostenuta, per fini di ricerca, solo dal 12,1%.
E mentre il web si mobilita a sostegno degli attivisti fermati, si schiera anche Anonymus, il gruppo di hacker che negli scorsi giorni ha attaccato il sito dell’Associazione italiana per la lotta contro l’Aids (Anlaids): “Ci scagliamo contro l’industria della vivisezione: pratica barbara, arretrata e sanguinaria finalizzata alla sofferenza e al profitto delle avide Lobbies”. La stessa Anlaids del resto è stata chiamata in causa dagli hacker: “Salve, Mengele del nuovo millennio. La vostra Associazione deturpa il reale fine della ricerca scientifica con insanguinate atrocità: quelle della vivisezione. Pratica oramai superata da tecniche valide e prive di crudeltà, la sperimentazione animale è moralmente e scientificamente inaccettabile. Se Voi assaltate la Vita noi assaltiamo i Vostri siti”.
Prossimo appuntamento sabato 5 maggio a Roma, quando in piazza del Pantheon si svolgerà una manifestazione di protesta contro la strage di cani randagi in Ucraina, in vista degli europei di calcio.

 

2 Commenti per “Green Hill, esiste il compromesso tra etica e ricerca?”

  1. Se veramente la vivisezione è utile, tante malattie sarebbero sconfitte. Invece la gente muore ancora e anche le cavie quindi vuol dire che è un modello che non funziona! Noi non siamo come gli animali! Quelli che la sostengono come Garattini sono degli ipocriti che non vogliono sperimentare altri metodi per motivi di lucro e poi perchè è più comodo infierire su un animale che condurre delle ricerche alternative!

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