La crisi occupazionale e il “ritorno” alla pastorizia | T-Mag | il magazine di Tecnè

La crisi occupazionale e il “ritorno” alla pastorizia

La disoccupazione in Italia è al 9,8%, quella giovanile al 35,9%. Così ha riferito mercoledì l’Istat. Sembrerebbe che molti, soprattutto tra i giovani, abbiano deciso di cambiare stile di vita pur di scongiurare la crisi occupazionale che sta investendo i vari settori e colpendo le diverse fasce di età. A rilevarlo è stata la Coldiretti secondo cui “in Italia circa tremila giovani hanno scelto di mettersi alla guida di un gregge come precisa scelta di vita per non arrendersi alla crisi provocata dalle delusioni dell’economia di carta”.
Secondo la Coldiretti si tratta in gran parte di giovani che intendono dare continuità all’attività dei genitori, “ma ci sono anche ingressi ex novo spinti da una scelta di vita alternativa a contatto con gli animali e la natura. Quando a guidare il gregge sono i più giovani si assiste ad un impulso nell’attività con il 78 per cento dei giovani investe sul miglioramento dei prodotti aziendali. La diffusa capacità di innovazione si concentra sulla qualità e sulla sicurezza del prodotto, ma anche nella capacità di presidiare il mercato attraverso nuove formule commerciali come la vendita diretta del proprio prodotto”.
La Federazione non si è limitata tuttavia al mero dato statistico, ma ha fornito delle storie di giovani che hanno deciso di impiegare la propria vita in settori diversi da quelli inizialmente prospettati per sé. Ve le proponiamo qui di seguito:

Davide Bortoluzzi ha 25 anni e con il diploma dell’istituto tecnico era pronto ad entrare nello studio del padre geometra. Lui invece ha realizzato il suo sogno (sin da piccolo chiedeva a babbo natale caprette): un gregge di 500 pecore per scorazzare sulle Dolomiti. Nessuna macchina sportiva, ma solo le sue gambe per portare da Puos D’Alpago una mandria di ovini con cani, muli e soprattutto garantire la sopravvivenza di una particolare razza “l’agnello alpagoto”. In lui c’è tutta la convinzione di fare il “pastore professionista”. Con lui molte volte ci va anche la fidanzata, una modella … a riprova che fare il pastore piace.
Giuseppe Stocchi invece ha 28 anni conduce una grande azienda di pecore a Leonessa in provincia di Rieti. Possiede ben 1.500 pecore, Comisane (razza siciliana) e Sarde con una spruzzatina di Sopravissana che producono 220/230 litri di latte al giorno per ricavarne ottimi formaggi (Pecorino Stagionato in Grotta, Pecorino Primo Sale, Pecorino Media Stagionatura, Pecorino Fresco) e ricotta che vende direttamente nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica.
Simone Cualbu è un allevatore di 35 anni di Gavoi e conduce, in agro di Macomer, un’azienda agricola con ordinamento ovi-caprino di 75 ettari con 300 capi. Il formaggio (DOP), prodotto esclusivamente con latte crudo di pecora di razza sarda allevate al pascolo, viene affumicato e successivamente portato a stagionare nelle cantine a Gavoi. La passione per il suo lavoro non gli ha fatto dimenticare l’impegno civile. E’ Presidente della Coldiretti di Nuoro-Ogliastra ed è anche componente del direttivo del Consorzio di Tutela del formaggio Fiore Sardo (DOP) nonché Presidente del Consorzio Produttori Storici Pastori.

“La pastorizia – ricorda ancora Coldiretti – è un mestiere ricco di tradizione che ha anche un elevato valore ambientale e dalla sua sopravvivenza dipende la salvaguardia di razze in via di estinzione a vantaggio della biodiversità del territorio”.
Anche questo, tuittavia, è un settore a rischio. Ciò dipende da alcune inadempienze, ad esempio la mancata introduzione dell’obbligo di indicare l’origine in etichetta di determinati prodotti prevsito dalla legge nazionale e, inoltre, la concorrenza sui mercati internazionali dei pecorini low cost prodotti soprattutto nell’est Europa e spacciati come made in Italy.

 

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