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Il futuro? Un vampiro per gli italiani

di Carlo Buttaroni

Se un eccesso di senso dominava il mondo della modernità, la postmodernità si caratterizza, al contrario, per il dissolvimento di quei significati unificanti che, fino a pochi decenni fa, tracciavano una linea tra passato e futuro. Il mondo appare, oggi, disperso in una miriade di frammenti difficili da ricostruire e da collocare, caratterizzato dallo sfaldamento di certezze che erano in grado di indicare all’individuo sentieri certi, delimitati, definitivi. La nostra epoca è caratterizzata da una molteplicità irriducibile, da un mutamento veloce che non può essere in alcun modo ricondotto a una matrice univoca di senso e di significati. E pare affermarsi un nichilismo tenue, dove una ragione universale sembra non dominare più il tutto e dove la frammentazione è il sentimento dominante. Un’epoca in cui l’individuo appare come un soggetto debole, costretto a convivere con una libertà e un’autodeterminazione che non sa più utilizzare nel momento in cui guarda il futuro davanti a sé.
E, forse, la crisi del nostro tempo nasce proprio da qui, da un deficit di senso e di futuro, dalla difficoltà di cogliere una direzione e una motivazione univoca fondante. Ci siamo ritirati dal futuro e collocati in un eterno presente. Un presente che paradossalmente tende ad autodefinirsi come epoca del “post”, cioè del “dopo”: post-moderna, post-industriale, post-ideologica. Ma la “fine” sembra l’unica cosa certa di questo “dopo”, mentre del ”nuovo inizio” non vi è traccia.
Per l’individuo disorientato, figlio di un pensiero in fuga tra sentieri interrotti, senza valori universali ai quali ispirarsi, il futuro è una minaccia più che un’opportunità. E per potersi adattare a uno scenario che propone continue dissolvenze, ricorre a cambi d’identità che gli permettono di apparire sulla scena dell’immagine e della superficialità. Fotogrammi e parole che galleggiano in superficie, tra un tweet e un social network, mentre in profondità la coscienza vive un profondo senso di solitudine.
All’interno di questo quadro non vi sono edificazioni né verità, ma solo un pensiero debole che deve rinunciare a stabilirsi su premesse salde, su quelli che un tempo erano descritti come i fondamenti del sapere. Perché se un sapere c’è, oggi è senza più nuclei forti. E, forse, senza verità. Una crisi dell’ideologia che pare segnare un punto di non ritorno. Al grande racconto del Novecento si sostituisce una pluralità di narrazioni, il cui senso e la cui logica non sono più garantiti da un’idea di fondo o da verità stabili e riconosciute. Nella prospettiva postmoderna si assiste all’eclissi di filosofie che offrivano risposte a ogni domanda, partendo da posizioni spesso dogmatiche e dottrinali ma comunque orientanti, e al venir meno di ogni progetto di emancipazione. Un’epoca che pare contraddistinta da una generalizzata caduta delle tensioni progettuali e ideali, non solo delle prospettive politico-ideologiche, ma anche etiche e religiose.
Questo ha immediatamente riflessi sulla politica che, dovendo rinunciare a fondamenti ideologici, deve farsi sempre più mediatica e in un certo senso virtuale. È la politica che ha instaurato un regime videocratico, che insegue gli indici di ascolto, che teme i sondaggi (tranne quando sono favorevoli) e che diventa sempre più social (network) oriented. L’immagine tende a sostituire la realtà, per cui si assiste a una progressiva spettacolarizzazione della politica: la seduzione dell’immagine diviene preponderante sui contenuti.
Il segno più evidente è il passaggio da un sistema composto da pochi, grandi e stabili attori sociali, che ormai sembrano incapaci di interpretare le tensioni attuali, a uno frammentato, in cui operano gruppi più piccoli e fluidi e un allargamento dei temi attorno a cui i gruppi stessi si formano e si mobilitano. Persino nell’arte assistiamo all’impossibilità di sopravvivenza di qualsiasi forma di “grande stile” e più probabilmente proprio alla morte di ogni stile.
Ma il discorso è ancora più ampio: il partito, la chiesa, il paese, la cerchia di persone con le quali si condivideva la vita quotidiana, sono realtà comunitarie che si erodono ogni giorno di più di fronte al paradosso dell’omologazione che nasce dall’isolamento. Una frammentarietà sociale che vede lo sgretolarsi delle comunità di appartenenza di carattere geografico, sociale, religioso, politico, un tempo punti di riferimento. E i riflessi si trasferiscono non solo sulle grandi vicende economiche, politiche e sociali che fanno appunto la storia, ma anche sui piccoli accadimenti quotidiani che hanno a che fare con la vita individuale di ciascuno e con la percezione della propria identità.
Nelle storie personali si riflette, infatti, l’interruzione della continuità del tempo, la sua progressione fatta di una miriade di fili che s’intrecciano e costituiscono appunto la storia. La crisi, cioè, dell’idea che il nostro presente sia orientato, abbia un senso in rapporto a una missione da compiere, a un progetto da portare avanti. Un presente che non ha più memoria del passato e che non progetta il futuro, perché appare impossibilitato a sistematizzare passato e futuro in un’esperienza coerente. Anche a livello politico, del resto, è proprio l’assunzione del presente come unico orizzonte storico – e dunque la scomparsa del futuro – che esclude quelle politiche di emancipazione che hanno caratterizzato le pulsioni del secolo scorso. E si sente l’assenza di un pensiero politico lungo, interprete di un’idea e un progetto che vada oltre il presente, proprio nel momento in cui la società ha bisogno di ripensare un modello di sviluppo intorno al quale definire i suoi percorsi.
Anche le categorie “tradizione” e “progresso” risultano inservibili, poiché l’esistenza si dilata in una sequenza di momenti unici, senza che vi sia necessariamente coerenza tra quelli che li precedono e quelli li anticipano, dove il tempo altro non è che il passaggio dal presente al presente, dove non c’è progresso, ma semplicemente transito. Ed è questo eterno presente che sembra aver sostituito la storia.
Un appiattimento che si riscontra nelle coscienze sradicate e inquiete dell’oggi, e che è da mettersi in relazione proprio alla perdita della dimensione della memoria storica e della speranza. Anche il passato perde le sue coerenze e diventa un baule di possibilità, tutte ugualmente valide, in cui recuperare pezzi, frammenti, particolari sbiaditi, da utilizzare a seconda i casi. Del passato non si ha più un’immagine omogenea, poiché nell’epoca dell’eterno presente non si ha più a che fare con un corpo di convinzioni coerenti.
E la stessa importanza di “ciò che è stato” – al pari di “ciò che sarà” – cambia di segno passando da una fiducia smisurata nel futuro, com’è stato nel secolo scorso, alla paura angosciante che caratterizza l’oggi. Un pensiero che non colloca più il passato in un corso necessario, che spinge l’individuo al presente e che, con la stessa forza, lo porta verso il futuro. D’altra parte il programmare, il progettare grandi mete, inevitabilmente non si addice a un pensiero debole. Ma come spesso accade, dal caos può scaturire una tensione che porta a trovare nuovi equilibri. Perché il soggetto che si viene a trovare solo, di fronte a se stesso, se da una parte riconosce la propria condizione disorientata, dall’altra non rimane immobile nella disperazione o nell’angoscia generata dalle molteplici contraddizioni che faticano a trovare una sintesi unitaria. Bensì reclama un nuovo inizio che pare offrirsi con il ricorso all’etica, alla responsabilità verso gli altri, che significa anche tentativo di uscita da un paradigma egoistico di pensiero, tipico della nostra epoca.
La crisi delle ideologie spinge nella direzione di una rivendicazione della concretezza dell’individuo e di un richiamo alle grandi questioni della vita, innanzitutto a quelle che concernono le scelte personali relative alla nascita, la morte, la sofferenza, la cura e le relazioni con gli altri. Sembrano, anzi, queste le domande più urgenti che pone il presente. E sono domande che sembrano riproporre non solo l’attualità dell’etica, ma anche della filosofia in generale, che fanno riemergere con forza le questioni sull’uomo, partendo dall’esperienza concreta della sofferenza, nutrita dal desiderio incancellabile dei singoli protagonisti e di intere masse umane, di dare senso e valore, qualità, dignità alla propria vita e alla storia comune.
Il problema della fondazione e giustificazione dei valori – e forse delle scelte morali – costituisce uno dei problemi essenziali del nostro tempo. È proprio sul piano etico, perciò, che si prospetta l’esigenza di un superamento della visione frammentaria della realtà e della razionalità. Le nuove tematiche accusano i limiti di una morale costruita su una ragione autosufficiente, incapace di vedere le ragioni degli altri. Denunciano anche i confini di una ragione tecnico-funzionale basata sulla priorità dell’oggetto, incapace di riconoscere le singolarità delle coscienze e la dimensione che in esse riveste la capacità per l’individuo di essere soggetto responsabile delle proprie scelte. A queste sfide, un pensiero frammentato e disincantato stenta a trovare risposte, mentre emerge nella solitudine delle coscienze il bisogno di essere riconosciuti e di essere chiamati per nome. Non più, dunque, un’ideologia che intende omologare tutto e tutti, ma l’accoglimento delle diversità e delle molteplicità. La tolleranza come atteggiamento dominante, il rispetto delle differenze, la rinuncia agli assolutismi politici e religiosi: ecco la vera svolta che può venire dal “dopo” postmoderno.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 7 maggio. Sfoglia la ricerca Tecnè in Pdf.

 

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