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I suicidi tra crisi e contagio sociale

di Fabio Germani

A metà aprile Mario Monti evocò un numero: 1.725. Monti stava spiegando in conferenza stampa che “ristabilire un’Italia capace di crescere è un compito appena iniziato, ci battiamo ogni giorno per evitare il drammatico destino della Grecia”. E a quel punto il premier sviscerò qualche dato sul Paese ellenico: “Ci sono stati tagli enormi nel numero dei dipendenti pubblici, negli ultimi due anni, ci sono stati 1.725 suicidi. Questo è quello che in Italia cerchiamo di invertire per non precipitare”.
I 1.725 suicidi in Grecia a causa della crisi sono un dato fuorviante poiché, è stato poi spiegato, quella cifra si riferisce al numero complessivo di suicidi in tre anni, dal 2009 al 2011. Che siano tutti dipesi dalle difficoltà economiche, inoltre, è un fatto da dimostrare. Tuttavia – complice anche il sistema dei media – la retorica sulla disperazione delle persone che non arrivano alla fine del mese – siano essi piccoli imprenditori indebitati, capifamiglia con miseri stipendi o pensionati ai quali è stato tagliato l’assegno poco importa – sta “appassionando” giornali e centri studi dediti alla conta di quanti hanno deciso di togliersi la vita per via del momento poco felice. Secondo il rapporto diffuso non molte settimane fa dall’Eures Il suicidio in Italia al tempo della crisi nel 2010, in Italia, si sono registrati 352 suicidi tra i disoccupati e 336 fra gli imprenditori, in particolare artigiani e commercianti. In totale sono 3.048 le persone che si sono tolte la vita nel 2010 (192 casi tra artigiani e commercianti e 144 tra imprenditori e liberi professionisti). A togliersi la vita sono soprattutto gli uomini, il 90% circa del campione. Dall’inizio dell’anno ad oggi la Cgia di Mestre ha invece registrato 32 suicidi tra gli imprenditori a causa della crisi economica.
I dati Eures, però, rilevano una discrepanza non indifferente rispetto a quelli dell’Istat. Dei 3.048 suicidi nel 2010 il maggior numero dei decessi si è verificato nel contesto di individui affetti da problemi psichici (1.100 casi) o per motivi affettivi (324 casi). In alcune occasioni (187 casi) anche i motivi economici hanno effettivamente contribuito alla decisione di un gesto così estremo. Ma ad ogni modo si tratterebbe di un movente tra i meno preoccupanti.
Se ne stiamo scrivendo di nuovo oggi è perché martedì il premier Monti, incalzato sull’argomento, ha addossato le colpe di tali eventi a “chi ha portato l’economia a questo stato”. Poi è arrivata la rettifica di Palazzo Chigi che un po’ ha aggiustato il tiro: “Mario Monti non ha parlato di suicidi ma di ‘conseguenze umane della crisi’”. Certo, tra le conseguenze umane non potremmo non contemplare anche i suicidi. “Ci sono studi, anche se parziali – spiegò a inzio aprile il professore di Psicologia del lavoro, Guido Sarchielli, in un’intervista a T-Mag –, che mostrano un incremento dei suicidi nelle fasi di depressione del ciclo economico. Naturalmente – proseguì –, si tratta di correlazioni su grandi numeri. Il suicidio come atto individuale è un fenomeno complesso, determinato da molte cause. Si pensi, oltre alla disoccupazione, a fattori come la povertà, la perdita di legami affettivi, la presenza di squilibri psicologici. Esso si sviluppa lungo un percorso temporale che mostra una sequenza di avversità di vario tipo che colpiscono una persona (è difficile che un singolo evento anche grave divenga la causa principale). I fattori di rischio prevalenti colpiscono più facilmente certe classi d’età (tra 25 e 55 anni) e soprattutto gli uomini. Sicuramente il clima di job in security, e non solo la disoccupazione in senso stretto, rappresenta una concausa di possibili scelte disperate”.
Ma anche i media hanno la loro fetta di responsabilità, se non altro al fine di evitare l’effetto Werther. “Bisognerebbe partire da un’attenzione a non esaltare, nelle comunicazione di massa, l’esistenza di legami diretti tra disoccupazione e suicidio. Ciò è semplicistico, fuorviante e addirittura controproducente in quanto rischia di aumentare una sorta di contagio sociale”, chiosò Sarchielli. Fino al 2007 l’Italia vantava, per così dire, un tasso di suicidi inferiore a quello di altri Paesi. Nel 2009 i suicidi aumentarono e arrivarono a quota 2.986 (quando nel 2008 se ne contarono 2.828). Nel 2010, appunto, 3.048. Vale a dire che negli ultimi quattro anni abbiamo assistito ad una crescita graduale, ma costante, dei suicidi. Eppure ce ne stiamo accorgendo soltanto ora.

 

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