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L’Europa in ansia per il caos in Grecia

di Antonio Caputo

Dopo i risultati elettorali di domenica, è caos totale in Grecia, per la formazione del nuovo governo. L’esito elettorale ha visto il tracollo dei partiti europeisti, e l’avanzata delle forze estreme, ostili al piano di risanamento imposto da Bruxelles (e da Francoforte) ad Atene.
Partiamo proprio dai risultati elettorali: primo partito, sia pur in picchiata rispetto al 33% ottenuto due anni fa (quando già subì una pesante sconfitta) la formazione di Centrodestra, Nuova Democrazia, guidata da Antonis Samaras, al 18,9% dei voti, e che, solo grazie al “premio” che la legge elettorale assegna al primo partito, unito allo sbarramento del 3% previsto (sbarramento che ha tagliato le gambe alle numerose formazioni minori presentatesi al voto) si aggiudica 108 seggi sui 300 del Parlamento di Atene.
In base al risultato, il presidente della Repubblica, Karolos Papoulias, aveva immediatamente conferito l’incarico di formare il nuovo Governo proprio a Samaras, il quale, dopo aver consultato le forze politiche, ha gettato la spugna, rendendosi conto di non riuscire a formare un Governo che goda di una maggioranza parlamentare solida.
Un tracollo anche peggiore le subiscono i socialisti del Pasok, guidati da Evangelos Venizelos, che perdono oltre i due terzi dei consensi racimolati due anni fa: sfioravano il 43%, oggi si fermano al 13,2, con appena 41 seggi. Il disastroso risultato socialista fa naufragare l’ipotesi di Grande Coalizione a due con i conservatori di Nuova Democrazia: sommati, i due partiti storici si fermano a 149 seggi, insufficienti per governare.
Successo per le formazioni di sinistra che si differenziano dai Socialisti: la Sinistra Democratica ottiene il 6,1% e 19 seggi; proprio il no del suo leader, Fotis Kouvelis, ad una coalizione con Pasok e Nuova Democrazia, ha costretto Samaras a gettare la spugna, nonostante l’europeismo di Kouvelis e del suo Partito.
Né poteva costituire un’alternativa una coalizione col Partito di destra radicale, Grecia Indipendente, 10,6% dei voti e 33 seggi, che aveva recentemente detto no al piano d’austerità, nel governo uscente d’unità nazionale, guidato da Papademos.
La maggior sorpresa uscita dalle urne è stata Syriza, formazione di sinistra radicale ed ambientalista, guidata dal 38enne Alexis Tsipras; il successo del Partito è stato l’uragano che ha spazzato la Grecia, con un 16,8% al di là di ogni previsione, che ha consentito a Syriza di scavalcare i socialisti del Pasok, piazzandosi al secondo posto, tanto tra le preferenze dell’elettorato, quanto in Parlamento (52 seggi). Completano il quadro, il successo dei Comunisti del KKE, che ottengono l’8,5% e 26 seggi, e soprattutto l’inquietante ingresso in Parlamento (con 21 seggi) per i neonazisti di Alba Dorata, ai quali va il 7%. Toni minacciosi, messaggi aggressivi, razzismo, e simboli che ricordano quelli nazisti, fanno di questo partito il “buco nero” della politica greca.
Dopo la rinuncia di Samaras, il capo dello Stato ha incaricato proprio Tsipras per la formazione del nuovo governo; il giovane leader aveva in un primo momento dichiarato di voler procedere mettendo insieme le forze anti austerità e proponendosi la rinegoziazione degli accordi già sottoscritti in sede europea. Il leader della Sinistra radicale non è però riuscito a trovare “i numeri” per una maggioranza di governo (nella serata di mercoledì la doccia gelata: “Non possiamo realizzare il nostro sogno di formare un governo di sinistra”) e sarà pertanto costretto, nella giornata di giovedì, a rinunciare anch’egli al mandato. Dopo di lui il presidente della Repubblica incaricherà, per un estremo tentativo, il socialista Venizelos, il quale dovrà riuscire nel miracolo di mettere assieme le due formazioni maggiori e Sinistra Democratica, unica possibilità per evitare il ritorno a nuove elezioni. Sta di fatto che Sinistra Democratica ha già detto no ai conservatori; difficile possa dire di si ai socialisti.
Se Alba Dorata ha raggiunto il 7%, ed altre formazioni estreme hanno ottenuto successi clamorosi, è per la rabbia del popolo greco, messo in ginocchio da una politica di rigore finanziario, sembrato fine a se stesso, e per di più un’imposizione dall’esterno. Rabbia e frustrazione tradottesi in uno tsunami elettorale, che ha prodotto come conseguenze una frammentazione ed una radicalizzazione del quadro politico, da cui non sarà semplice venirne fuori.
Se davvero la Grecia dovesse tornare in tempi brevi alle urne, il rischio di svolte autoritarie, nel Paese già teatro del regime dei Colonnelli, non sarebbe più fugato: i risultati delle urne hanno espresso una preoccupante avanzata delle estreme, che in caso di precoce fallimento di questa neonata legislatura, verosimilmente si accentuerà ulteriormente; un inquietante rischio – Weimar, nella culla della democrazia e della civiltà, che l’Europa non può assolutamente permettersi.

 

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