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Diritti alla prova della crisi sociale

di Carlo Buttaroni

La recente giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia ha riportato alla ribalta della cronaca un tema delicato, spinoso e delle volte nascosto dietro il velo del “far finta di niente”: quello delle discriminazioni. Per molti, oggi le discriminazioni rappresentano solo un fenomeno del passato, sempre più marginale, che tende ad affievolirsi. Sul fronte opposto, altri ritengono che queste forme moderne di segregazione stiano assumendo, all’interno della conflittualità sociale, il ruolo che in passato era proprio delle differenze razziali.
Due concezioni opposte, ma entrambe facce della stessa medaglia, quella dei diritti, che rappresenta “il centro del centro” delle società contemporanee.
E, proprio sul tema delle discriminazioni la storia insegna. I Have a Dream è la frase che richiama, in tutto il mondo, il discorso tenuto da Martin Luther King il 28 agosto del 1963, davanti al Lincoln Memorial di Washington, al termine di una marcia di protesta per i diritti civili: “io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere.”
Recentemente una fotografia ha fatto il giro del mondo: ritrae il presidente americano Barack Obama nella stessa posa dell’attivista afro-americana, Rosa Parks, famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il posto su un autobus a un bianco. La Parks, infatti, di ritorno dal lavoro, occupò uno dei posti riservati ai bianchi: un gesto di protesta che le costò l’arresto per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine. La vicenda scatenò reazioni a catena e diede vita al boicottaggio dei mezzi pubblici. Decine di autobus rimasero fermi per mesi, fino a che la legge razzista non venne rimossa. Cosa che avvenne solo nel 1956, quando il caso della Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che decretò incostituzionale la segregazione sui mezzi pubblici dell’Alabama.
Che tipo di discriminazione vive la società dell’oggi? Diverse e molto sfaccettate, ma di certo quella rivolta agli omosessuali è una delle più sentite. L’occasione di una riflessione su questo tema la pone un’indagine Istat, dove si rileva che la grande maggioranza degli italiani (tra i 18 e i 74 anni) ritiene che gli omosessuali siano molto o abbastanza discriminati. Ma anche se appare abbastanza generalizzata la condanna di comportamenti discriminatori, allo stesso tempo sembrano permanere forti barriere all’accettabilità sociale: per il 41,4% i gay non dovrebbero fare gli insegnanti di scuola elementare, essere medici (28,1%) o politici (24,8%). E mentre due italiani su tre ritengono che le coppie omosessuali debbano avere gli stessi diritti di una coppia sposata, solo il 43,9% è favorevole al matrimonio fra persone dello stesso sesso e ancora maggiore è la contrarietà nei confronti dell’adozione dei figli.
L’incoerenza che appare dall’indagine riflette, per molti versi, il dibattito che ha storicamente animato la questione dei diritti. La parola “diritti” ricorre con frequenza non soltanto nei documenti ufficiali emanati da vari organismi sopranazionali, ma anche nel dibattito politico, nel lessico utilizzato dai mezzi d’informazione e nel linguaggio quotidiano. E la “spia” linguistica sembra testimoniare un’acquisizione definitiva della coscienza comune: a ciascuno di noi, al di là delle differenze, appare non solo giusto, ma anche ovvio e naturale che siano garantiti alcuni diritti fondamentali.
Tuttavia, la forza retorica, l’evidenza e la semplicità apparenti di alcuni concetti universali, come appunto quelli che riguardano i diritti degli individui, presentano anche un altro versante, che ne rivela la pericolosa ambiguità nel momento in cui rimangano astratti e sospesi nel vuoto di culture e ordinamenti. Una pericolosa ambiguità denunciata, già nel passato, a partire da due prospettive radicalmente opposte tra loro. La prima è una risposta “da destra” alla rivoluzione francese. In un celebre saggio del 1790, da una posizione conservatrice moderata, l’irlandese Edmund Burke considerava i diritti universali come “un’astrazione metafisica” prodotta da un eccesso di razionalismo, estremamente pericolosa nelle questioni politiche. Ad essi, Burke, contrappone diritti che derivano non da una generica appartenenza, ma da una specifica tradizione trasmessa lungo le generazioni. “Da sinistra”, l’ambiguità dell’universalità dei diritti è criticata da Marx. Nel saggio sulla questione ebraica, l’universalità dei diritti è denunciata come un’uguaglianza immaginaria e astratta, proiettata nel “cielo” della politica e del diritto, che maschera (e compensa) le reali disuguaglianze della società civile.
La critica colpisce nel segno, soprattutto, quando si rivolge ai diritti che sanciscono le libertà. Nell’accezione classica, che corrisponde alla conquista delle libertà “borghesi” contro l’invadenza del potere politico o religioso, l’espressione “avere diritto a…” traccia, attorno all’individuo, una sfera inviolabile del privato, nettamente distinta da quella pubblica degli obblighi sociali. E mentre i diritti civili implicano una limitazione del potere dello Stato, secondo i principi del liberalismo politico e del liberalismo economico, i diritti sociali esigono, invece, un potenziamento dell’iniziativa e dell’efficienza dello Stato, che deve erogare servizi, regolare i meccanismi spontanei delle relazioni sociali, garantire un livello accettabile di equità.
Tra diritti vi può dunque essere conflitto. Non solo tra la loro pretesa universalità da un lato e, dall’altro, l’inevitabile storicità dell’origine o la variabilità della ricezione nei diversi contesti sociali e culturali, ma anche tra le esigenze contrastanti che in essi si esprimono e che continuano ad aumentare di numero col proliferare di nuovi diritti, col pericolo di un’inflazione che ne indebolisce l’impatto.
D’altronde tutelare un diritto significa sempre istituire un potere, o come difesa “negativa” contro altre forze o poteri, o come mobilitazione “positiva” di risorse pubbliche e decisioni istituzionali. Sancire un diritto per qualcuno equivale, inevitabilmente, a limitare la libertà d’azione di qualcun altro.
Sul fronte opposto all’affermazione dei diritti, c’è l’idea di vivere una libertà senza doveri e responsabilità, restando indifferenti alle ricadute che i comportamenti hanno sulla società, sull’ambiente, sulle generazioni future. E’ il campo che sovrappone i diritti con i desideri individuali, dove è alimentato un individualismo esasperato che immagina un’espansione indefinita delle possibilità come emancipazione da ogni vincolo, come arretramento dei doveri civili e dei corpi sociali intermedi, come massima espressione della libertà del singolo.
Il dibattito intorno alle “unioni di fatto” e alla “famiglia tradizionale”, come fossero due concezioni opposte e inconciliabili, è esemplera sotto questo punto di vista e riflette il conflitto di campi ideologici e “universali” intorno al tema. Fermo restando la necessità di rimuovere ogni forma di discriminazione e di gerarchia di qualsiasi natura, inconcepibile per una società che voglia definirsi civile, una visione attenta all’affermazione dei diritti non può ignorare il ruolo dell’istituto familiare nell’organizzazione sociale nel suo complesso. E’ fondamentale regolare adeguatamente le unioni di fatto in forme che ne contemplino diritti e doveri, perché nell’equilibrio delle relazioni tra persone l’individualismo, privo di sistemi di tutela giuridica, porta inevitabilmente a comprimere i diritti dei soggetti più deboli. Allo stesso tempo occorre preservare adeguatamente il ruolo sociale ed economico della famiglia, ruolo che altri tipi di unioni non sono in grado di esercitare con la stessa efficacia. Per quanto riguarda specificatamente l’Italia, inoltre, l’istituto matrimoniale merita la specifica tutela che l’ordinamento gli accorda, interpretando i princìpi Costituzionali, laddove si afferma che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia”. Il rischio è di una retorica che si contrappone a un laicismo altrettanto retorico, sul recupero della famiglia in chiave meramente utilitaristica, come semplice rifugio da una società sentita sempre più distante o di un superamento dell’istituto famigliare considerandolo non al passo con i tempi. Il che porta a sottovalutare quel ruolo di supplenza che storicamente ha svolto in Italia, nel sopperire ai deficit degli apparati sociali statali. Riconoscere alla famiglia rilevanza pubblica, significa riconoscere la legittimità d’interventi che tutelino questa rilevanza, senza alcuna dimensione moralistica. Un riconoscimento che va oltre le istanze di parte cattolica, e riguarda il modello economico e sociale del nostro Paese.
I conflitti che sembrano ruotare intorno alla famiglia e alle altre unioni, eterosessuali o omosessuali, così come le altre forme di discriminazione, richiedono una riflessione serena, che va nella direzione di rimuovere le barriere, anche culturali che persistono, accettando l’inserimento in un sistema giuridico che richiede necessariamente il rispetto dei diritti di tutti. La via d’uscita da ogni forma di disuguaglianza, sia essa di genere, di razza, di orientamento sessuale o di religione, è l’affermazione di diritti effettivi, che vadano oltre la semplice tolleranza dell’altro e che rimuovano ogni tipo di esclusione, orientandosi verso un riconoscimento e un arricchimento reciproco. Non si tratta tanto di accettare e assimilare, quanto di definire ruoli e riconoscimenti, come appunto diritti e doveri, in un sistema dove le identità rimangano riconoscibili, ma confluiscano in un patrimonio comune capace di contrapporsi a quelle forme di “razzismo culturale” o di “cultura differenziale” che sembra caratterizzare il nostro tempo.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 21 maggio. Sfoglia l’indagine Tecnè in Pdf.

 

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