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Il ricordo di Falcone, 20 anni dopo

di Antonio Caputo

Era un caldo sabato pomeriggio, quel tragico 23 maggio di venti anni fa, quando l’Italia, già alle prese con crisi economica e tensione sui mercati finanziari causa debito pubblico (di lì a poco il futuro governo Amato dovette varare una manovra durissima, che però non servì a salvare la lira da una pesante svalutazione avvenuta a metà settembre), crisi del sistema politico (le elezioni di un mese e mezzo prima avevano mostrato una sofferenza dei partiti tradizionali, mentre emergeva l’incapacità di arrivare all’elezione del presidente della Repubblica), e scandali giudiziari (era già scoppiata Tangentopoli), venne scossa dalla terribile notizia proveniente da Palermo: Giovanni Falcone, magistrato simbolo della lotta alla mafia, era stato ucciso in un attentato che aveva sventrato, all’altezza di Capaci, l’Autostrada che collegava la città di Palermo all’aeroporto di Punta Raisi, dove Falcone era arrivato con un volo proveniente da Roma. Con il magistrato morirono la compagna Francesca Morvillo, e tre agenti di scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo.
A Palermo dal 1978, Falcone si distinse da subito nelle indagini di mafia facendo massicciamente ricorso ad accertamenti finanziari e patrimoniali, fino ad allora poco sfruttate. Dopo l’assassinio del “numero uno” del suo ufficio, il giudice Rocco Chinnici, a Palermo si creò, sotto la guida di Antonino Caponnetto, il “pool anti mafia”, un unico soggetto che si occupava a tempo pieno solo del contrasto a “Cosa Nostra”, e del quale facevano parte anche Falcone e Borsellino.
Falcone, sulla scia di quanto avvenne per il terrorismo, ebbe l’intuizione di valersi dello strumento dei pentiti anche per la lotta alla mafia: era l’inizio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, il cui apripista fu Tommaso Buscetta. Il magistrato però non “pendeva dalle labbra” dei pentiti: prima di firmare i provvedimenti, riscontrava puntualmente le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, utilizzandole come il punto di partenza delle indagini, non certo considerandole quello di arrivo.
Dalle indagini del pool, scaturì il “maxi processo” a Cosa Nostra, che vide alla sbarra, dal 1986, oltre 400 imputati; processo che Falcone volle assolutamente e risolutamente a Palermo (si tenne nell’aula-bunker), e non a Roma, proprio per dare un segno della presenza dello Stato nel capoluogo siciliano.
Nonostante questo importante successo, a seguito del pensionamento di Caponnetto (estate 1987) Falcone per la prima volta riscontrò in modo lampante l’isolamento e l’invidia cui era soggetto anche nella magistratura. Il Csm infatti, riunitosi per scegliere il sostituto di Caponnetto (contro il parere dello stesso magistrato pensionando che insistette per la nomina di Falcone), votò per Antonino Meli, magistrato che non credeva al sistema lavorativo di un contrasto alla mafia in modo unitario con un pool ad hoc, e fautore, al contrario, di un ripristino dei tradizionali metodi, con la frammentazione delle inchieste. Nel giro di pochi mesi, Meli smantellò il pool antimafia.
Nel frattempo, si scatenava a Palermo la stagione dei veleni, che vedevano da un lato Falcone sempre più isolato a Palazzo di Giustizia, e dall’altro isolato anche in ambito politico, da sinistra a destra. Era attaccato da destra, accusato di essere comunista, e da sinistra dove non era gradita la sua amicizia con il delfino di Craxi, Claudio Martelli. Tra i protagonisti di polemiche e scontri con lui si distinse in particolare l’allora (ed appena rieletto) sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che accusava Falcone di tenere nascoste nei cassetti le carte che accusavano la “cupola” politica che stava dietro a Cosa Nostra.
Ma la solitudine del magistrato, emersa già dal 1985, quando, per preparare assieme a Borsellino l’istruttoria del maxi processo, dovette rifugiarsi per ragioni di sicurezza (insieme alle famiglie) nel carcere di isolamento ubicato nell’isola dell’Asinara, i magistrati vennero costretti a pagare le spese di soggiorno, si fece ancor più tangibile in quel periodo, e lo rese inevitabilmente un bersaglio più semplice per Cosa Nostra, che tentò (fortunatamente senza riuscirci) di ucciderlo già nel 1989, nel fallito attentato alla sua villa all’Addaura, una bellissima località di mare alle porte di Palermo.
Nel 1991, per allontanarsi dal clima di Palermo, fattosi ormai soffocante, Falcone accettò l’invito di Claudio Martelli, frattanto diventato Ministro della Giustizia nel governo Andreotti, di collaborare con lui al ministero. Sue le idee fatte proprie dal governo, su una super procura anti mafia e su un contrasto più efficace a Cosa Nostra dal punto di vista investigativo, processuale, sanzionatorio, e patrimoniale. Falcone si metteva a disposizione di chiunque intendesse impegnarsi seriamente nella lotta al fenomeno mafioso, e riteneva sbagliato dare patenti politiche: questo o quell’esponente, questo o quel partito sono più antimafiosi di quell’altro esponente o partito. Considerava ciò un male, perché, per battere la mafia (come contro il terrorismo) serve l’unità della forze politiche: dividersi in più o meno puri (e poi patenti date da chi?) costituiva un regalo oggettivo a Cosa Nostra.
Creata la superprocura, contro Falcone si creò un fuoco di sbarramento per impedirgli di arrivarne alla guida, con addirittura uno sciopero dell’Anm, che paventava, dietro la nomina di Falcone a superprocuratore anti mafia, la sottomissione della magistratura all’esecutivo: era inaccettabile per i colleghi magistrati, che arrivasse ad un ruolo così elevato chi collaborava con il governo (peraltro, come ricordò lo stesso Falcone al Maurizio Costanzo Show, in posti riservati a magistrati); il Csm chiamato a votare, scelse per quel ruolo Agostino Cordova.
Era l’ultima sconfitta per Falcone, il quale, isolato nel Palazzo e nella magistratura, aveva compreso che la sua morte si stava avvicinando. Confidò ad un amico: “Questa volta mi ammazzano davvero: la mafia prima di ammazzare le sue vittime, le isola e le insozza”. Purtroppo, per l’ennesima volta ci aveva preso.

 

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