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Mai stati così numerosi i lavoratori precari

di Mirko Spadoni

Precari che non sono mai stati così numerosi tra i lavoratori dipendenti dal 1993 (sono infatti aumentati del 50%). Un Paese, l’Italia, che dal 2000 ad oggi è cresciuto con una media annua dello 0,4%. E il problema della povertà che non riesce ad essere risolto. Questi sono alcuni dei dati rilevati e resi noti dall’Istat nel suo rapporto annuale diffuso martedì 22 maggio.
Parlavamo del rischio povertà come di un problema quanto mai attuale. Solo nel Mezzogiorno, ad esempio, 23 famiglie su 100 sono povere, mentre, spiega l’Istat, se si analizza la situazione dei nuclei familiari residenti nel Settentrione, il quadro è diverso: qui le famiglie povere sono 4,9 su 100. Insomma, parlando in percentuali: il 67% delle famiglie e il 68,2% delle persone povere risiedono al Sud.
L’analisi dell’Istat, va sottolineato, prende spunto dallo studio della spesa media effettuata dalle famiglie, che hanno aumentato i propri consumi. Crescita, quella dei consumi, che non è stata accompagnata dall’aumento del reddito e ciò ha comportato un’inevitabile conseguenza: una progressiva riduzione della capacità di risparmio. Perché, in realtà, “dal 2008 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1 per cento in valori correnti, ma il potere d’acquisto (cioè il reddito in termini reali) è sceso di circa il 5%”.
Quindi gli italiani risparmiano meno, ma per necessità e fanno i conti con le retribuzioni ferme da quasi due decenni: “Tra il 1993 e il 2011 – si legge nel rapporto annuale dell’istituto di statistica nazionale – le retribuzioni contrattuali mostrano, in termini reali, una variazione nulla, mentre per quelle di fatto si rileva una crescita di quattro decimi di punto l’anno”.
“Nello stesso periodo, invece, si è assistito ad un aumento dell’occupazione totale, cresciuta di 1.661 mila unità (+7,8 per cento)” e questo “grazie all’incremento verificatosi nel settore dei servizi, dove gli occupati sono cresciuti fino al 2010 ad un tasso dell’1,5 per cento medio annuo, per un ammontare complessivo di 2,6 milioni di unità, e dell’1 per cento nel 2011″.
“La crescita occupazionale complessiva – spiega l’Istat – ha beneficiato della positiva evoluzione della partecipazione femminile al mercato del lavoro: dal 1993 al 2011 il numero di donne occupate è cresciuto da circa 7,6 milioni a poco più di 9,3 milioni, mentre il livello dell’occupazione maschile si è ridotto di 40 mila unità”.
Ma come quando si parla del rischio povertà, anche nel momento in cui si analizza l’occupazione, quella che emerge dai dati Istat è un’Italia divisa in due.
“L’aumento dell’occupazione – viene rilevato – ha riguardato esclusivamente il Centro-Nord. Nel Mezzogiorno l’occupazione si è ridotta da circa 6,4 a 6,2 milioni tra il 1993 e il 2011″.
E ciò vale anche per quanto riguarda l’occupazione femminile, il cui incremento, favorito dalla terziarizzazione dell’economia, si è distribuito in modo “diseguale” sul territorio: nel periodo analizzato, dal 1993 al 2011 si è registrato circa “un milione e mezzo di occupate in più nel Centro-Nord, ma solo 196 mila nel Mezzogiorno”.
Dati poco gratificanti anche per quanto riguarda i lavoratori più giovani: nel 2011 il tasso di occupazione dei 18-29enni è sceso al 41 per cento, anche se il valore massimo era stato raggiunto nel 2002, quando si toccò il 53,7%.
Nel nostro Paese, rileva l’Istat, più di un giovane su 5, dai 15 ai 29 anni, non studia né ha un impiego, i cosiddetti Neet, il cui numero è sensibilimente superiore nel Mezzogiorno, sono 2,1 milioni (circa il 22,1%).
Un Sud distante dal Nord anche a causa dell’impatto negativo della crisi economica, che ha “verosimilmente allargato” anche il sommerso in Italia che vale fra 255 e 275 miliardi di euro, cioè fra il 16,3% e il 17% del Pil. In riduzione rispetto al Duemila, quando il peso sul Pil era oltre il 18%.

 

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