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Il “difficile” rapporto tra magistratura e sistema politico

di Azzurra Del Mastro

Il difficile rapporto tra magistratura e sistema politico – fenomeno che ha origini lontane, ma sempre attuale nella realtà sociale di un paese così politicamente complesso come quello italiano – ha dei risvolti importanti di natura politica, politico-sociale e giuridica. Le interferenze tra la sfera della giustizia e quella della politica sembrano quasi inevitabili in un contesto che ha superato la concezione esecutoria della funzione assegnata al giudice. Infatti, se il compito del giudice fosse solo quello di applicare le norme elaborate dal legislatore non ci sarebbe motivo di affrontare la questione legata all’autonomia del magistrato.
Una delle caratteristiche principali che consentono di distinguere la sfera della giustizia da quella politica consiste nell’atteggiamento che l’operatore assume di fronte alla norma giudica. Il compito dell’attore politico è quello di valutare l’idoneità della normazione vigente e consentire la realizzazione dei suoi programmi; mentre la funzione del giudice è quella di applicare le norme al caso concreto.
Ora, il punto centrale della questione è capire se nel processo interpretativo che coinvolge il magistrato, quest’ultimo esprime semplicemente il significato delle regole, senza crearlo, oppure è in grado di influenzare l’applicazione dei dettami normativi. E’ importante comprendere quanto il nostro sistema è in grado di garantire l’autonomia della magistratura da qualsiasi interferenza che potrebbe mettere in discussione lo stesso principio democratico sancito dalla costituzione.
Il ruolo assunto dalla magistratura in periodi storici importanti, caratterizzati dalla crisi della legittimazione del sistema politico italiano, non poteva non avere conseguenze di natura politica. Se riflettiamo sui numerosi scandali che coinvolsero la nostra classe politica a partire dagli anni 90′ possiamo ben intuire come il mondo giudiziario ha assunto un ruolo chiave all’interno di un sistema corrotto, che ha costretto o permesso alla magistratura di diventare il pioniere nella marcia verso la stabilizzazione dell’ordine politico.
Il ruolo assunto dai magistrati, la loro organizzazione in associazioni, fa parlare di “politicizzazione” del sistema giudiziario, un fenomeno difficile da valutare nella sua portata, ma che sicuramente si può far risalire ai cambiamenti che hanno interessato il nostro paese e che hanno trasformato il vero ruolo del giudice. Basta pensare al fenomeno delle correnti all’interno del Consiglio superiore della magistratura, che con il tempo si sono caricate di un significato politico-ideologico sempre più marcato. Da una parte, le correnti alimentano il dibattito sul piano culturale di un sistema che originariamente si presentava chiuso, dominato dalla cosiddetta “casta” rappresentata dalla categoria di magistrati più tradizionalisti, ovvero quelli di Cassazione; dall’altra, il pericolo potrebbe essere quello di minare l’imparzialità dei giudici, potendo quest’ultimi sentirsi soggetti non più alla legge ma al gruppo ideologico di appartenenza.
E’ facile intuire come la contrapposizione politico-ideologica ha posto la magistratura in una posizione che va al di là della dimensione di natura strettamente tecnico-giuridica, soprattutto a partire dagli anni Settanta, quando il sistema nel suo complesso fu messo a dura prova. Non bisogna dimenticare che questi sono anni duri, segnati dallo scontro sociale, dai fenomeni del terrorismo, che ha investito la magistratura di un ruolo importante nella società.
E’ impossibile risolvere un problema così complesso che pone il giudice in una posizione difficile all’interno della società, dal momento che le correnti all’interno del Csm esistono e influenzano il funzionamento del sistema.
La domanda che ci dobbiamo porre è quanto il fenomeno associativo è legato culturalmente ai partiti politici, e in che modo e in quale misura i magistrati nello svolgimento delle loro funzioni sono vincolati alla maggioranza di governo, ma soprattutto è indispensabile capire se le correnti, di cui abbiamo parlato, possono essere collocate sull’asse destra-sinistra proprio della politica. Se a queste interrogativi seguisse una risposta positiva, allora la questione da risolvere sarebbe ancora più ardua, dal momento che sarebbe impensabile eliminare improvvisamente una cultura radicata orami da molto tempo.
I punti di contatto, quindi tra politica e giustizia sono numerosi e molto spesso difficile da monitorare con l’accurata attenzione. Questo non vuol dire che il magistrato nel prendere le sue decisioni è vincolato alle forze politiche, quasi come si volesse paventare il pericolo di una ingiustizia garantita, ma al contrario, la riflessione è ancora più sottile. Qui si parte dal presupposto che i cambiamenti che si sono verificati nel nostro sistema e che hanno cambiato anche la funzione giudiziale hanno inevitabilmente fatto nascere nuovi interrogativi sui quali è necessario riflettere.
A partire da queste considerazioni è indispensabile uno sforzo da parte di tutti, magistrati e politici, nell’arginare un fenomeno che non riguarda solo l’Italia, ma che potrebbe minare alla democraticità del sistema, basato su principi che non possono essere travisati o tergiversati.

 

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