L’indagine. La sfiducia minaccia tutti | T-Mag | il magazine di Tecnè

L’indagine. La sfiducia minaccia tutti

di Carlo Buttaroni

Un forte calo dei consensi ai grandi partiti, la crescita dell’astensionismo e l’affermazione di un voto di protesta, che esprime un bisogno di discontinuità rispetto al passato: questo, a livello macro, le intenzioni di voto per le prossime elezioni politiche.
Più o meno, la stessa fotografia restituita dalle urne amministrative il 6 e 7 maggio scorso.
D’altronde i segnali che le elezioni amministrative sarebbero state elezioni-terremoto c’erano già stati nei mesi precedenti, sia perché i sondaggi l’avevo ampiamente anticipato, sia per il clima politico generale, con la crescita della temperatura sociale e le concatenazioni tra scosse, più o meno forti, determinate dal succedersi degli eventi.
Le dimensioni e l’ampiezza non erano però preventivabili. Ed è sui grandi partiti che il terremoto ha scaricato la sua forza disgregativa. Un impatto che risulterebbe altrettanto forte anche nel caso di elezioni politiche, come registra l’indagine realizzata da Tecnè.
Pdl e Pd, rispetto alle politiche 2008, se si votasse oggi, perderebbero rispettivamente il 68% e il 52% dei propri consensi (analogamente a quello che è accaduto alle elezioni amministrative) mentre la Lega perderebbe tre quarti dei suoi voti.
Il dato interessante è che la grande maggioranza degli elettori in uscita, però, non sceglierebbe un’opzione politica diversa, ma tenderebbe a collocarsi prevalentemente nell’area del non voto e dell’indecisione (+27,3% rispetto al 2008 e +1,6% rispetto a un mese fa).
In termini relativi, considerando cioè tutti gli elettori, il terzo polo farebbe timidi passi avanti, intercettando solo in minima parte i flussi di voti in uscita dai grandi partiti. Lo stesso Movimento 5 Stelle, in occasione di un appuntamento politico nazionale, risulterebbe con un bagaglio elettorale decisamente minore rispetto a quello che è stata, invece, la sua ribalta mediatica alle amministrative, amplificata dalla vittoria a Parma.
L’indagine restituisce una fotografia della crisi politica del Paese, un quadro quanto mai mutevole, dove un assestamento dello scenario appare lontano da venire.
Tanto è vero che, pochi giorni dopo il voto amministrativo, e pochi mesi prima di quello che rinnoverà Camera e Senato, altre scosse di rilievo – però di natura politica – si stanno susseguendo, interessando leader, alleanze, assetti interni dei partiti e riforme istituzionali.
Voci insistenti, ad esempio, indicano il Pdl come un partito destinato a cambiare profondamente, per volontà dello stesso Berlusconi, e a trasformarsi in un movimento “leggero”. Una corrente senza una dirigenza politica vera e propria, pronto a chiamare a raccolta esponenti della società civile, per una soluzione fluida e “all’americana” alla crisi politica e di consensi che l’ha travolto. Al contrario, i dirigenti della Lega Nord, discutono su come ridare forza alla struttura organizzativa, in deficit di fiducia e di motivazioni, cercando una soluzione che rimotivi i militanti e riabiliti i suoi leader. E per fare questo, secondo indiscrezioni, potrebbero anche decidere di non presentarsi alle prossime elezioni politiche. Quasi un’espiazione dai peccati “romani”, per concentrarsi invece sui territori e sulla questione settentrionale.
Nel frattempo, nel centrosinistra il dibattito ruota, invece, prevalentemente sulle alleanze: L’Idv e Sel spingono per una coalizione di “sinistra”, mentre il Pd si divide tra chi sposa questa ipotesi e chi è orientato a soluzioni che coinvolgano l’Udc e il terzo polo.
Sul fronte istituzionale il fermento è analogo: si discute di cambiare la legge elettorale, di riformare il profilo giuridico dei partiti e persino di cambiare la costituzione riducendo il numero dei parlamentari o trasformando la Repubblica da Parlamentare a Presidenziale (o semi-presidenziale), come ha proposto recentemente il Pdl con Alfano e Berlusconi.
A fronte di tanto fermento dialettico, riforme vere che riguardano il sistema politico non sono state fatte e, mentre il conto alla rovescia verso le elezioni politiche è iniziato il giorno stesso dei ballottaggi, a livello parlamentare tutto è ancora fermo ai nastri di partenza, con l’aggravante che il tempo passa e i nodi, anziché sciogliersi, si fanno più stretti.
Nel momento in cui il sistema dei partiti è attraversato da una crisi profonda, varrebbe la pena rileggere Tocqueville e il suo studio sulla rivoluzione francese quando spiega che a causare il crollo del regime aristocratico fu la debolezza politica che la caratterizzava più che i privilegi di cui godeva.
Una debolezza che sembra caratterizzare anche il sistema dei partiti italiano, dove la rigidità e l’incapacità di interpretare i nuovi bisogni e i nuovi scenari si sposa con l’eccessiva estensione delle responsabilità e con il deficit di legittimità che l’accompagna. E da qui che nasce la crisi di rappresentanza che il Paese sta attraversando, in uno squilibrio tra ciò che porta in dote il mandato elettorale e il suo ritorno in termini di legittimità.
La crisi di legittimità si riflette nel calo della partecipazione che non è, però, rifiuto della politica, come troppo frettolosamente è stato titolato, quanto piuttosto un cambio di prospettiva e di modalità espressive. Un cambio che si è espresso in una direzione esterna ai circuiti politici tradizionali, orientandosi verso nuove forme d’impegno, perché se la politica tradizionale perde importanza e la militanza cambia, questo non fa venire meno la voglia di partecipare.
Una partecipazione che oscilla da forme più impegnate a forme più leggere, con modalità di mobilitazione più discrete, dove manca un carattere ideologico strutturato, tanto che i cittadini faticano persino a definirsi “politicamente attivi”.
Un attivismo che corrisponde a un’articolazione multi-dimensionale della società, dove le attività sono ispirate da motivazioni differenti e persino divergenti all’interno dello stesso ambito.
Se si assiste a un progressivo indebolimento della fedeltà di partito è perché il focus dell’impegno si è spostato progressivamente da azioni partecipative dentro i partiti, ad azioni auto-dirette all’interno dei nuovi ambiti in cui si articola la società.
Mentre in passato i partiti garantivano l’inclusione di larghe fasce di popolazione, anche socialmente periferiche, attraverso la mobilitazione ideologica e una capillare presenza sul territorio, oggi i cittadini vivono le condizioni di una partecipazione atomizzata, che da un lato si alimenta di maggiori opportunità e canali per esprimersi, ma dall’altro si presenta più irregolare, episodica, meno vincolante, quasi completamente protesa fuori dai tradizionali luoghi della politica.
Per ricucire il legame con i nuovi cittadini, meno sensibili al richiamo ideologico, occorre rovesciare i paradigmi che hanno ispirato le scelte dei partiti negli ultimi anni, puntando sulla realizzazione di reti orizzontali piuttosto che su intelaiature verticali, portando la politica nei luoghi, anziché i luoghi alla politica.
Lo scenario politico attuale testimonia che non basta un grande leader se non si attivano legami associativi “forti” in grado di avviare un contatto diffuso e un dialogo attivo con i soggetti che sono portatori della principali domande sociali. E non servono, o comunque non bastano, i migliori sondaggi a colmare questo vuoto. I sondaggi funzionano benissimo per quei partiti cui è sufficiente cogliere l’espressione spontanea delle domande, ma non per quelli che, ai fini stessi dell’acquisizione del consenso, hanno bisogno di aggregare le richieste e trasformare le istanze che nascono dalla società, partendo dal basso, dai territori e dalle città.
Può sembrare del tutto fuori tempo, oggi, prospettare modelli alternativi di partito rispetto a quello che appare ampiamente egemone.
Si può ritenere oramai irreversibile una visione elitiaria di democrazia, diffidente e scettica sul grado di competenza dei cittadini.
Ci si può sentire rassegnati all’idea che i partiti – usando le parole di Schumpeter – altro non sono che gruppi di persone tese alla conquista di cariche pubbliche, oppure all’interpretazione di Downs, secondo il quale i partiti formulano proposte politiche per vincere le elezioni ma non cercano di vincere le elezioni per realizzare proposte politiche.
Ci si può arrendere a tutto questo. Oppure si può cambiare, perché non è ancora troppo tardi. Ma occorre avere coraggio. E bisogna fare in fretta.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 28 maggio. Sfoglia in Pdf il monitor politico maggio 2012 realizzato da Tecnè.

 

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