Il riciclo della retorica declinata a trionfo | T-Mag | il magazine di Tecnè

Il riciclo della retorica declinata a trionfo

di Mario Piccirillo

C’è un momento in cui l’Italia tutta si autoassolve. Ed è quando il pallone gira bene, succede storicamente anche abbastanza spesso. È un attimo pieno, completo, in cui il Paese indossa la P maiuscola delle grandi occasioni, e si sente cresciuto, orgoglioso, smorza i sorrisi, garantendo che la mancanza di autoironia valrà la maturità, finalmente. È un posto liquido, questo, che rende impossibili i distinguo: non c’è più significato sportivo e sostanza altra, è tutto un enorme bubbone flaccido che si autoalimenta nella celebrazione vicendevole. Perció succede che l’Italia infili tre partite buone di fila all’Europeo, e un piccolo trenino – casuale o meno – diventa il Frecciarossa delle vanità. Che parte a 300 all’ora, ma dai, lo sappiamo tutti che al primo temporaluccio estivo si pianterà su un binario morto, e ci trasporterà tutti in ritardo in un mondo che non esiste.
Non esiste perché l’Europeo è un torneo sprint, e l’Italia era quasi fuori ai gironi. Sí, poi ha battuto la peggiore Inghilterra della storia, e poi ha indovinato una gran partita con la Germania. Fa niente che si sia fatta umiliare in finale dalla Spagna. C’è un elenco infinito di buone scuse, per quello. E non ce ne siamo risparmiati nessuna: non è colpa nostra, insomma. Tutto questo pastone ha trasformato la Nazionale in un simbolo, operazione che ci riesce naturale come spalmare il burro sul pane al mattino. Prandelli s’è preso il carico della responsabilità e l’ha ufficializzato con la solita espressione pacata dell’uomo che quando parla è saggio per forza, è buono per default: “Il Paese è vecchio, noi siamo innovatori”. Un’ovvietà condita da un rilancio di arroganza sconosciuta al personaggio. In conferenza stampa i giornalisti applaudono, una roba puzzolente da subalterni che non appartiene alla tradizione del mestiere se non dalle nostre parti. Napolitano omaggia e ringrazia il nuovo che avanza. Ma per favore, fermatevi un attimo a guardarlo avanzare questo nuovo: l’Italia arrivata in finale è quella dei vecchietti campioni, mica altro: Buffon, Barzagli, Pirlo, De Rossi. Dov’è il coraggio di Prandelli? Imporre il “nero” Balotelli alla nazione fascista? Davvero? No, perché Balotelli è semplicemente il miglior attaccante italiano, e punto. Non è che avesse tutta sta concorrenza. Io ho visto Giovinco lasciato in panchina per sei partite per far giocare Thiago Motta e Montolivo come trequartisti, e Cassano titolare inamovibile nonostante un campionato da lungodegente. Ho visto rinnegare un’impostazione di gioco a torneo in corso, quel 3-5-2 con un intera fascia sinistra affidata a Giaccherini… Giaccherini! Sulle scelte per la finale stendo il classico velo tricolore, quello perfetto per occasioni del genere: l’ha ammesso pure il ct che “avrebbe dovuto cambiare formazione”.
Ma l’atmosfera è quella che è, e il risultato, il secondo posto, in tempi di magra, vale la supervalutazione, il riciclo della retorica declinata a trionfo, vale una nuova lezione morale. Cosí si fa, e guai a chi non ce lo fa fare. Fermo restando che tutto è già finito, Abete ha già parlato in quel suo politichese democristano che alla lunga diventa comprensibile come un sonetto in Klingon. La Rai s’è rovinata le migliori lingue aziendali per tenere su l’ultimo prodotto che gli resta in carnet, e anche le polemiche Figc-Lega sono entrate in palinsesto con precisione chirurgica: siamo pur sempre d’estate, eh. E i vivai, pure i vivai: argomento sempreverde che ci infervora nella sua sterilità. Ne usciamo puliti, migliori, consapevoli di essere un Paese vecchio. E meno male che c’ha avvertito Prandelli l’innovatore, che noi, buttati su una panchina a dar da mangiare ai piccioni con Thiago Motta, non ce ne saremmo mai accorti.

 

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