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Se è indispensabile la spending review

di Antonio Caputo

Il vertice europeo di giovedì scorso è stato da tutti letto come una vittoria di Monti (e del suo asse con Hollande e Rajoy) sulle durezze della cancelliera tedesca Merkel, essendo, l’asse Roma-Parigi-Madrid, riuscito a strappare, anche battendo i pugni sul tavolo, l’accordo sul cosiddetto scudo salva spread. Una vittoria, che ricorda quella dell’ottobre 1990 al vertice di Roma sull’unione monetaria, quando l’asse italo-tedesco Andreotti-Kohl si trascinò dietro gli altri nove Paesi, isolando e sconfiggendo un’altra “lady di ferro”, Margaret Thatcher, la quale, al suo ritorno a Londra, dovette anche lasciare la poltrona di primo ministro al collega di partito, John Major.
Con la vittoria europea, il premier si rafforza anche in chiave interna: alla vigilia del vertice, infatti, più d’uno scommetteva (o sperava) sul fallimento del professore, che si sarebbe dovuto arrendere all’ennesimo diktat di Berlino, il che, unito all’impasse dell’attività di governo, faceva pensare ad un rapido passaggio che avrebbe portato alla crisi dell’esecutivo ed alle conseguenti elezioni anticipate ad ottobre.
I tamburi di guerra della maggioranza infatti, già dopo la stangata di Natale avevano cominciato a rullare, rallentando fortemente l’azione di governo, che era stato costretto a repentine marce indietro, dopo annunci che non si concretizzavano, su liberalizzazioni, lavoro, spending review, coi provvedimenti che dopo gestazioni lunghe e travagliate si impantanavano in mediazioni, a volte abortite. Il tutto complicato dalla campagna per le amministrative, che contrapponeva i partiti di maggioranza, nel tentativo di smarcarsi il più possibile dalle scelte impopolari del governo, sperando così di pagar dazio il meno possibile.
Conflittualità della maggioranza ed impasse nel governo, uniti alla voglia trasversale di elezioni, hanno portato molti a “gufare” sul vertice Ue, sperando così nel voto anticipato ufficialmente smentito, ma in realtà da tutti sotto banco voluto: a destra, dove il sostegno a Monti sta costando carissimo al Pdl e dove si sperava, togliendo l’appoggio al governo, di interrompere questa emorragia; a sinistra, dove il calo del Pdl e la frammentazione dell’area di centrodestra facevano sperare in una vittoria, prima che il tempo logorasse ulteriormente le forze di maggioranza (compreso il Pd, i cui sondaggi sono già negativi rispetto ad ogni elezione precedente), e che di tale logoramento approfittasse Grillo, il quale a questi ritmi, di qui alle elezioni, potrebbe diventare il primo partito.
La vittoria di Monti ha però cambiato le carte in tavola: ha rafforzato enormemente il governo e le forze che lo appoggiano, soprattutto le “colombe” nei due partiti principali (Pd e Pdl), decisi nel continuare col sostegno a Monti, spingendo all’isolamento i “falchi” i quali dovranno rassegnarsi a non tornare al voto prima del 2013.
Ora il premier usi questa duplice vittoria, interna ed internazionale, per battere, con lo stesso vigore dimostrato a Bruxelles, i pugni sul tavolo, anche coi partiti della maggioranza: la spending review è indispensabile e non si potrà concedere quasi nulla ai partiti che già cominciano a mugugnare.
Se dovesse servire, Monti minacci le dimissioni: il Paese non può permettersi di perdere questo treno. Inoltre il premier si rivolga direttamente ai cittadini, se necessario con un messaggio a reti unificate, per spiegare i tagli (alcuni dei quali fatti con l’accetta e, dunque, da rivedere come ad esempio sulle province), e la loro indispensabilità per evitare tra tre mesi un aumento di due punti dell’IVA, che avrebbe effetti devastanti per l’economia, già (per usare un eufemismo) in profonda sofferenza.
La minaccia di dimissioni e il messaggio all’opinione pubblica sono armi fondamentali di pressione su partiti e Parlamento che certamente saranno oggetto di gigantesche pressioni. Solo con una pressione uguale e contraria il decreto del governo non sarebbe stravolto. Anche i giornali che appoggiano il premier (Corriere in primis) facciano editoriali di sostegno: questo è il secondo tempo del Salva Italia, e se non si tagliano le unghie alla spesa in un momento così, con un governo tecnico, appena reduce da un successo europeo e con una maggioranza trasversale, non lo si potrà più fare, e saremo costretti ad aumentare le tasse, uccidendo definitivamente il Paese.
Solo con queste pressioni, i partiti saranno costretti ad ingoiare il boccone (per quanto amaro), se non vorranno farsi passare per quelli cui imputare l’aumento IVA; né possono permettersi a cuor leggero di provocare la crisi di governo ora: non hanno armi, se non spuntate.

 

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