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Monitor politico: avanzano Pd e Pdl

di Carlo Buttaroni

Tre notizie meritano una riflessione. La prima è che sarà Silvio Berlusconi il candidato del Pdl alle prossime elezioni politiche. Una voce che circolava già da alcune settimane, inaspettata e sorprendente se si considera che la prima “scesa in campo” è del ’94, e questa è la quinta volta. Se sarà un Berlusconi diverso dal passato, a oggi, è impossibile prevederlo perché gli scenari sono in rapida evoluzione. Certo è che diciotto anni di leadership nel centrodestra – e di motivazione aggregante nel centrosinistra – hanno evidentemente lasciato il segno.
L’indagine sulle intenzioni di voto sembra registrare, almeno in parte le reazioni dell’opinione pubblica, anche se l’annuncio è stato fatto verso la coda della rilevazione. L’effetto, anche se in embrione, è però evidente: recuperano consensi il Pdl e il Pd mentre scendono di poco tutti gli altri partiti, fatta eccezione per il movimento di Grillo che continua a crescere. Se si tratta di un rimbalzo momentaneo determinato dalle voci insistenti, di una casualità del tutto indipendente o di un fenomeno che annuncia una dinamica tendente a consolidarsi, sarà chiaro solo tra qualche settimana o con un’indagine più mirata. E’ inutile, quindi, addentrarsi adesso in analisi puntuali di come cambieranno, nei prossimi mesi, le dinamiche del consenso con il rientro di Berlusconi sulla scena politica, perché ancora è prematuro. L’annuncio della candidatura pone, invece, questioni ben più pregnanti che riguardano le scelte che i partiti sono chiamati a fare oggi. La prima riguarda la riforma elettorale. Il Presidente Napolitano ha sollecitato i partiti a fare presto. Ogni proposta, negli ultimi mesi, è naufragata tra veti incrociati e architetture istituzionali impossibili da realizzare nel poco tempo che manca alla fine della legislatura. Di recente, le ipotesi sembravano orientate verso un sistema basato su circoscrizioni più piccole, senza “premio di maggioranza” o comunque in forma ridotta rispetto a oggi. Un’ipotesi, questa, che si tradurrebbe in un rafforzamento della rappresentanza dei principali partiti e nell’indebolimento della tensione bipolare esercitata dal premio che, con la legge attuale, è assegnato alla coalizione vincente. Non sarebbero più solo le urne, quindi, a determinare la maggioranza di governo, com’è stato finora, ma anche il parlamento (e i partiti) che concorrerebbero alla definizione, post-voto, di alleanze e di equilibri politici in grado di sostenere l’esecutivo. Ciò renderebbe politicamente più forti i partiti di centro e più deboli gli altri partiti, a cominciare da quelli che si collocano a sinistra e a destra dell’asse politico. Uno scenario inconciliabile, però, con la candidatura di Berlusconi che ha, invece, necessità di ritrovare legittimità proprio attraverso il voto, rafforzando il suo ruolo di leader popolare. Una scelta, quella di Berlusconi, che per molti aspetti diventa ingombrante anche per il governo e potrebbe accelerare il ritorno alle urne. Magari lasciando immutata la legge elettorale, fatta salva l’introduzione del voto di preferenza. Uno scenario nel complesso desolante, ove continuano a prevalere tatticismi e alchimie e dove la politica che sceglie le cose da fare sembra non trovare spazio.
Oltre all’ulteriore conferma della mancanza della politica vera, quella delle idee appunto, altre due notizie hanno fatto eco. Innanzitutto, la dichiarazione del Presidente del Consiglio il quale ha usato la metafora della “guerra” per descrivere la situazione che sta vivendo il Paese per poi affermare, pochi giorni dopo, che il suo governo chiude nel cassetto la concertazione con le parti sociali. Per quanto riguarda la metafora della guerra, è innegabile che essa sia efficace e rispondente alla realtà che i cittadini vivono quotidianamente. Ma su chi sia il nemico che stiamo combattendo e, soprattutto, su cosa dobbiamo difendere, il messaggio non trapela chiarezza alcuna. Se il “nemico” possiamo agevolmente individuarlo nella speculazione finanziaria internazionale che si nutre dei nostri eccessi, è invece più difficile capire cosa si stia difendendo, visto che continuiamo ad arretrare cedendo il terreno delle conquiste sociali e civili. Tanto che viene da chiedersi, dopo le riforme che sono state avviate, se al termine della crisi l’Italia avrà ancora uno stato sociale o se i principali architravi del welfare, a cominciare dal sociale e dalla sanità, passeranno dalla prevalenza pubblica a quella privata, con una progressiva finanziarizzazione dei servizi, come ad esempio avviene negli Stati Uniti attraverso le assicurazioni private. E questo, paradossalmente, mentre gli USA sembrano seguire il percorso inverso. Sulla stessa frequenza si colloca la posizione di Monti sulla concertazione sociale. Un no perentorio. Ma forse pochi sanno (o ricordano) che l’Italia è il paese europeo in cui gli assetti concertativi, oltre ad essere longevi e resistenti nel tempo, hanno prodotto risultati importanti. Basta ricordare le politiche sui redditi che hanno permesso di attenuare gli effetti della pesante recessione del 1992-93. O quelle successive all’entrata dell’Italia nel sistema di cambi fissi (1996), che hanno ammortizzato gli effetti recessivi di politiche macroeconomiche restrittive. E ancora nel 1995: la concertazione bilaterale tra governo e sindacati permise di varare una riforma del sistema pensionistico che ha rivoluzionato il metodo di calcolo, passando dal sistema a beneficio definito a quello a contribuzione.
E’ sempre grazie alla concertazione che il sistema italiano di relazioni industriali, tradizionalmente privo di regole, è cresciuto e ha assunto lineamenti ben definiti, con una chiara suddivisione del lavoro nei diversi livelli contrattuali. D’altronde, la concertazione è un metodo che riguarda la politica e che consente, oltretutto, ai governi di fare scelte difficili, ad alto rischio di conflittualità sociale. Come quelle che, negli anni ’70 e ’80, riguardavano la moderazione salariale e negli anni ’90 il ridimensionamento dei sistemi di welfare e la liberalizzazione del mercato del lavoro. I patti concertativi degli anni ’90, oltretutto, furono particolarmente difficili per i sindacati, perché non prevedevano risarcimenti ai sacrifici dei lavoratori in termini di provvedimenti di welfare più generosi o di trattamenti fiscali favorevoli ai redditi più bassi. A causa dell’estrema ristrettezza delle politiche fiscali, dovuta alla necessità di rispettare i parametri di convergenza europea, i patti contenevano solo diritti di presidio sulle politiche pubbliche, per garantire che i sacrifici fossero distribuiti secondo criteri di equità. Ciononostante, da queste fasi, i sindacati ne uscirono rafforzati e non indeboliti, così come ne uscirono più forti gli stessi governi. E, naturalmente, ne uscì più competitiva l’Italia nel suo complesso. I fallimenti degli assetti concertativi in alcuni paesi, come l’abbandono della contrattazione centralizzata in Svezia nel 1983 e la fine dell’esperimento di Azione Concertata in Germania nel 1977, sono da attribuirsi alla scelta degli imprenditori di abbandonare unilateralmente il tavolo delle trattative, nel momento in cui non ritenevano più conveniente trovare un accordo.
Il sindacato italiano ha mostrato, negli ultimi anni, capacità di prevenire il conflitto e mobilitare il consenso anche rispetto a scelte fortemente impopolari. Ed è proprio questa sua capacità che lo ha reso un alleato prezioso della politica. Ma per poter esercitare al meglio questo ruolo, il sindacato deve trovarsi nelle condizioni di poter mobilitare i lavoratori, perché nella misura in cui c’è conflitto potenziale, il sindacato sa come riassorbirlo e ha in mano un capitale da spendere ai tavoli della concertazione. Se non c’è conflitto o se, al contrario, il conflitto c’è, ma il sindacato non è in grado di governarlo, allora si può fare a meno della concertazione. Ma non è questo il caso dell’Italia di oggi. Gli eventi recenti hanno, inoltre, dimostrato che il sindacato italiano ha la capacità di gestire queste situazioni nei canali della contrattazione e della concertazione. Indebolirlo e svuotarlo di legittimità è un male per l’Italia.
Anche perché, mentre il livello politico soffre di una crisi decennale e la soluzione non sembra immediata, la destrutturazione progressiva del modello sociale rischia di compromettere ogni tentativo di risalita. Il nostro paese vive quotidianamente esposto all’ingordigia della speculazione finanziaria e per uscire dall’impasse generale ha bisogno di una classe politica capace e di un sistema socioeconomico solido. In assenza della prima, chiudere le porta e arroccarsi in una rigida revisione dei conti, produce solo fratture e conflitti. Occorre, invece, sollecitare gli attori sociali a un protagonismo pieno, facendo crescere lo spazio di chi rappresenta interessi di massa. D’altronde, lo sviluppo non si fa per decreto e per vincere la guerra di cui parla il Presidente Monti, dovendo al momento fare a meno dei partiti, c’è bisogno della società e dei suoi rappresentanti. Lo scenario è duplice e opposto: o vince tutta l’Italia o tutta l’Italia perde.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 16 luglio. Sfoglia il monitor politico di Tecnè

 

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