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Una domanda al Pdl: ma non dovevate fare le primarie?

di Matteo Romani

“Faremo le primarie” aveva annunciato solo qualche mese fa il segretario del Pdl Angelino Alfano. Un proclama solenne più che una dichiarazione di intenti, quasi a dire che anche il principale partito del centrodestra, lasciatosi alla spalle il monopolio del padre-padrone Berlusconi, era pronto finalmente a dare spazio al dibattito interno, promuovendo il confronto-scontro tra le diverse anime del partito. Una mera illusione, sancita dal dietrofront della stesso Alfano arrivato solo qualche giorno fa: “Con Berlusconi in campo le primarie non servono, il capo è lui”. Questo, il senso del pensiero dell’ex ministro della Giustizia che, oltre a cassare le primarie ha sancito il ritorno in campo del Cavaliere, pronto a ricandidarsi come leader del Pdl e a sfidare sinistra e magistrati.
E pensare che questa volta ci avevamo quasi creduto. Le primarie in sé non rappresentano un’innovazione straordinaria, in Italia sono applicate già da tempo dal Pd, ma metterle in pratica nel partito che più di tutti è legato all’immagine di un “capo”, come appunto l’ha definito lo stesso Alfano, lasciava presagire finalmente l’arrivo di un vento di rinnovamento anche nella destra. Così però non è stato.
Ma più che il dietrofront, sorprende soprattutto che Berlusconi, da sempre attentissimo alla comunicazione e all’immagine, non abbia colto, o non abbia voluto cogliere, la straordinaria potenzialità di questa forma di dibattitto interno, specialmente in un partito che a detta del suo stesso leader vuole rinnovarsi per scrollarsi di dosso quell’infinita dose di polemiche che ognuno di noi collega al Pdl.
Cambiare nome e classe dirigente non è però sufficiente se poi, al vertice della piramide, trovi sempre la stessa persona. Non è credibile parlare di cambiamento se ruoti solo fattori esterni e marginali, mantenendo intatto l’asset portante. Tuttavia, se Berlusconi proprio non poteva fare a meno di ricandidarsi, avrebbe potuto comunque farsi incoronare dalle primarie, anziché autoproclamrsi nuovamente ‘sovrano assoluto’. Un’investitura del suo stesso partito, che certamente ci sarebbe stata, lo avrebbe reso più credibile agli occhi dell’elettorato e avrebbe aiutato a placare i mal di pancia degli scontenti del Popolo delle libertà. Invece, come diceva qualcuno tempo fa, tutto cambia affinché nulla cambi. Alla fine, quale che sia il nome effettivo, si tornerà ad un Forza Italia, con Berlusconi candidato e chissà, magari nuovamente capo del governo. Esattamente come vent’anni fa. Alla faccia del rinnovamento.

 

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