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La fine dell’Euro è la fine dell’Ue

di Antonio Caputo

L’eurovertice di Bruxelles di un mese fa, che aveva visto l’accordo sullo scudo antispread, sembrava aver calmato, per qualche giorno, la “febbre” dei mercati. Ma, complici i distinguo finlandesi, olandesi, e, manco a dirlo, tedeschi, la speculazione quasi immediatamente aveva ripreso a picchiar duro, dando la sensazione del vertice come ennesimo pannicello caldo che non risolveva i problemi, e di un’Europa impotente dinanzi ad una morsa speculativa che “dopo ‘l pasto ha più fame che pria”.
Settimane di tensione, che mettevano nel mirino l’Italia e soprattutto la Spagna, con lo spread che si impennava, tornando ai livelli record, fino a che giovedì il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, finalmente dava l’annuncio tanto atteso: “faremo di tutto per salvare l’Euro”.
Da quel momento (è ancora presto per dirlo, è vero) le acque in tempesta sembrano un po’ essersi calmate: lo spread sta pian piano scendendo a livelli meno drammatici e sembrerebbe essersi diffuso un po’ più (se non di ottimismo) quanto meno di prudente attesa. Attenzione però: la boccata di ossigeno sui mercati non deve farci illudere che la tempesta sia passata, tutt’altro.
La crisi nata nel 2007 con l’esplosione della bolla dei mutui subprime e divenuta drammatica col crack di Lehman Brothers nel 2008, si è trasferita dal piano finanziario all’economia reale, con costi sociali elevatissimi, in posti di lavoro, ed in misure di risanamento che gli Stati hanno dovuto prendere, per riportare i bilanci in equilibrio. Siamo in recessione, a fine anno il PIL dovrebbe scendere del 2%, il che comporterà con ogni probabilità ulteriori aggiustamenti dei conti (il termine manovra sembra bandito da ogni dibattito pubblico, ma è quello che ci toccherà: è bene saperlo), per centrare gli obiettivi di bilancio concordati a livello comunitario (il pareggio entro l’anno prossimo).
E’ impensabile che tale disastro, creatosi negli ultimi cinque anni, possa risolversi come per miracolo per una semplice dichiarazione di Draghi: bando, quindi, ai facili entusiasmi, come dice egregiamente Dario Di Vico, nel suo editoriale sul Corriere di lunedì 30: i “compiti a casa non sono certo finiti”.
Ciò però non significa che le parole di Draghi, seguite dalle comuni dichiarazioni dei principali leader europei, Monti su tutti (ma, va riconosciuto, persino la Merkel), siano state ininfluenti, anzi: da più parti si invocava da tempo un intervento della Bce che dichiarasse che l’Istituto di Francoforte avrebbe usato tutti gli strumenti necessari per neutralizzare la speculazione, anche acquistando i titoli dei debito degli Stati membri. In tal modo, speculare contro uno Stato dell’Euro, scommettendo sul suo fallimento, sarebbe inutile. Un plauso a Mario Draghi, che ha ragionato non solo da tecnico eccellente qual è, ma anche da politico (e molto più degli impotenti e litigiosi leader europei), preoccupandosi dei possibili esiti di un crack della moneta unica con le conseguenze esplosive che ciò avrebbe avuto sull’intera Europa, Germania compresa.
I tedeschi (la Bundesbank, ma anche settori del governo) sono ancora scettici, per due ragioni: uno, il timore del ripetersi della mega inflazione seguita al primo dopoguerra, che mise il Paese in ginocchio, spalancando di fatto la strada, di lì a qualche anno, a Hitler, cosa che li rende restii ad accettare qualsiasi ipotesi di soccorrere Stati anche poco virtuosi; due, la volontà (che si coniuga col desiderio egemonico di Berlino sul resto della Ue) di trasformare tutti i Paesi comunitari in delle “Germanie”, costrette agli stessi sacrifici (tanti, va riconosciuto) fatti dai tedeschi: il Paese in venti anni ha riassorbito e ristrutturato il “buco nero” dell’Est; ha inoltre portato avanti, col governo di Gerhard Schroeder e poi di Angela Merkel, riforme che lo hanno reso estremamente competitivo, rendendolo in grado, per dirne una, di tener botta dopo l’apertura del mercato europeo alle merci cinesi.
La Merkel, però, sembra aver compreso che la fine dell’Euro, con il ritorno alle monete nazionali, segnerebbe la fine anche della Ue e le merci tedesche, che, senza l’handicap del cambio forte, possono dilagare sui mercati dei Paesi mediterranei, verrebbero ostracizzate col ritorno alle svalutazioni competitive dei Paesi deboli: allora sì che sarebbero dolori anche per Berlino.

 

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