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Italiani via, non solo fuga di cervelli

di Fabio Germani

La storia di Roberta è una delle tante che avremmo potuto raccontare. Il luogo comune, in termini di italiani all’estero, pretende che siano soprattutto le eccellenze rimaste inespresse in casa propria ad andarsene. La verità è però diversa e più complicata di così. Mediamente si stima che all’anno siano almeno 25 mila i giovani che tentano la fortuna all’estero. Al meeting di Rimini il presidente del Consiglio, Mario Monti, a tale proposito aveva stimato una perdita del Pil pari a 1,2 miliardi (tra ingressi e uscite) a fronte di un aumento, in caso contrario, di 20 miliardi di euro. Sulle pagine del Corriere della Sera di martedì, Federico Fubini cita i dati della Bundesagentur für Arbeit, l’agenzia tedesca del lavoro: negli ultimi due anni il numero dei lavoratori italiani in Germania è cresciuto in percentuale – si legge nell’articolo – “a quello dei lavoratori in arrivo dalla Grecia. Più 6,4% per questi ultimi, più 6,3% per gli italiani. Alle spalle gli ellenici hanno un Paese nel quale la disoccupazione ufficiale è attorno al 23%, mentre in Italia supera appena il 10%. Ma in entrambe le economie solo un cittadino su tre ha effettivamente un posto, segnala Eurostat, dunque l’andamento parallelo nelle migrazioni verso Nord non è poi così strano”.
Tra coloro che partono, facile intuirlo cifre alla mano, non vi sono soltanto aspiranti professori, medici o scienziati. Anzi, il più delle volte si tratta di giovani talvolta sfiduciati che provano a rimboccarsi le maniche. Quanto raccontato da T-Mag la scorsa settimana è uno spaccato, seppure con tutti i suoi limiti, di una realtà in ogni caso non semplicissima. La città più ambita in Germania, come spiega il Corsera, è Berlino, metropoli che da sola registra il più alto tasso di disoccupazione in un Paese il cui valore a luglio 2012 corrisponde al 5,5%. Più in generale i disoccupati nell’Ue a 27 secondo Eurostat sono 25,254 milioni, 18 nell’eurozona. La disoccupazione giovanile si attesta al 22,6% nell’area della moneta unica e al 22,5% nell’intera Unione. Nel secondo trimestre dell’anno in Italia sono diminuite vertiginosamente tra i 15-34enni le possibilità di lavoro stabile. Nello stesso arco temporale quasi un milione e mezzo (-1.457.000) risultano senza un lavoro, passando da 7 milioni 333 mila a 5 milioni 876 mila con un decremento del 19,9% rispetto al medesimo periodo del 2007 (dati Istat).
Oltre ai problemi legati all’occupazione, domanda e offerta di “cervelli in fuga” non sono direttamente proporzionali. Qualche dato lo ha sviscerato alcuni giorni fa Francesco Grillo su Il Mattino. Tanti gli italiani che decidono di studiare all’estero mentre la capacità di attrazione del Belpaese sugli stranieri è scarsa. “Solo il cinque per cento dei dottorati che si svolgono in Italia – scrive Grillo – sono seguiti da cittadini non italiani, contro percentuali del venti in Spagna e del quaranta in Francia, Germania o Inghilterra”. Ciò vuol dire uno scambio culturale a senso unico nonché la perdita inevitabile di eccellenze, siano esse italiane o straniere. In altre parole la “fuga” a cui stiamo assistendo è più generalizzata e comprende il nostro capitale umano che di fatto, considerati i ritardi del sistema produttivo e le carenze infrastrutturali, rappresenta un ulteriore (fondamentale) limite allo sviluppo e alla crescita.

 

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