Pd avanti, ma l’Italia è più frammentata | T-Mag | il magazine di Tecnè

Pd avanti, ma l’Italia è più frammentata

di Carlo Buttaroni

Il Partito Democratico consolida la sua posizione nei confronti del Pdl. Lo fa in termini politici prima ancora che elettorali, giocando il ruolo di playmaker rispetto alla configurazione delle prossime alleanze politiche. Che sia con il baricentro spostato a sinistra (con Sel e Idv) oppure orientato verso l’Udc e Casini, poco importa. Il Pd sta dimostrando di esserci. E di avere – in questa fase – molte carte da giocare. Le critiche, le divisioni, le polemiche interne, anche quando sono aspre, danno comunque l’idea di essere iscritte nello stesso perimetro, dove riescono a convivere posizioni anche molto distanti tra loro, qualche volta persino opposte. Il Partito Democratico rappresenta, in questo momento, la principale polarità sulla scena politica. E, dopo molto tempo, nel centrosinistra si respira l’odore di avvicinamenti e confluenze anziché di scissioni o allontanamenti. Più che come un partito tradizionale, in questo momento, il Pd è vissuto come una “scelta di campo”, rispetto alla quale le sole alternative sono rappresentate dalla galassia in dissolvenza del centrodestra, dall’astensionismo e dalla “grillo-ribellione”. L’immagine che Bersani ha dato al partito, è quella di un’organizzazione distante da quella dei soci fondatori (ex Pci ed ex Dc) e assai vicina, nelle forme e nei modi, ai democratici americani. Il partito di Bersani non è un monolite da cui discendono le scelte, ma un luogo di “confluenze”, con una cifra politica di stampo riformista. L’incompiutezza di alcune scelte di fondo, che darebbero ai democratici italiani un’identità più definita e nitida, come quelle su temi etici, del lavoro e dello sviluppo, per adesso non costituiscono un limite. Sembrano soltanto rimandare a un’altra fase politica. Nel frattempo, il Pd ha comunque una sua atmosfera da offrire mentre, dall’altra parte, prevale la rarefazione.
Il prezzo che Bersani paga alla coabitazione forzata con il Pdl è ricompensato dal ruolo di crocevia di ciò che accadrà nei prossimi mesi. E l’appoggio a Monti non è visto come un allontanamento dalle aspirazioni fondanti, nonostante gli orientamenti, le scelte e le azioni del governo si collochino, spesso, assai lontano dai codici iscritti nel dna del partito democratico. Il sostegno al governo è visto, semmai, come una necessità contingente alla situazione specifica e Bersani è stato bravo nel contenere le inevitabili spinte centrifughe rispetto alle scelte che ha dovuto compiere. Nell’opera di costruzione del nuovo Pd, Bersani è stato facilitato dal dissolvimento del centrodestra e dallo spegnimento della stella polare rappresentata da Silvio Berlusconi.
Per quasi vent’anni Berlusconi ha rappresentato l’unità di misura della politica italiana. Nel bene e nel male. Nel bene perché ha indubbiamente avviato una fase di trasformazione del sistema politico italiano dopo il terremoto “tangentopoli”. Nel male, perché la tessitura del nuovo è stata caratterizzata da una degenerazione che si è riflessa nelle forme espressive di un potere che ha trasferito la democrazia nel perimetro tecnologico dei media. Un regime spettacolare che ha cambiato il modo stesso di governare, mettendo, al posto della dialettica politica, nuovi apparati e procedure ispirate alle tecniche del marketing: alimentare i sogni trasformandoli in necessità e verità assolute, sostituire il ragionamento con le emozioni, sedurre anziché convincere. Un contagio che, in forme e modi diversi, ha infettato tutto e tutti, dando corpo a una rappresentazione pornografica della politica che si è via via popolata di personaggi improbabili, testimoni di un nuovo miracolo annunciato in maniera ipnotica dagli schermi televisivi. Oggi quel sogno si è rivelato un incubo: per i lavoratori dipendenti, compresi quelli pubblici, che non hanno più la sicurezza del posto fisso; per gli studenti, che vivono l’ansia di un futuro incerto; per i disoccupati, la cui prospettiva di riscatto si è trasformata in rassegnazione. La delusione del sogno tradito non ha fatto, però, migrare masse di elettori da uno schieramento all’altro. Tant’è che la quota di quanti si collocano nel centrosinistra è di poco superiore a quella di coloro che si collocano nel campo opposto. Il dissolvimento del Pdl e l’eclissi della leadership di Berlusconi non hanno cambiato la collocazione politica degli italiani, ma soltanto modificato il rispecchiamento in termini elettorali. Se si potesse tracciare una linea immaginaria che divida il paese in due campi politici, la popolazione di una parte equivarrebbe all’incirca all’altra. E’ così, da moltissimi anni: tratto distintivo del nostro paese. Ogni volta che ha vinto una coalizione sull’altra, le ragioni sono da rintracciare nella scelta delle alleanze e nella quota di astensione, elementi che hanno fatto spostare l’ago della bilancia quel tanto da cambiare il punto di ricaduta in termini istituzionali.
Anche il vantaggio attuale del Pd sul Pdl, nelle intenzioni di voto, non nasce da un’espansione dei consensi vera e propria, quanto dalla capacità del partito di Bersani di offrire ragioni sufficienti ai sostenitori di centrosinistra per restare nel loro campo, e a non alimentare l’invaso degli incerti e dei potenziali astensionisti. Non è cosa da poco, considerando il vento contrario che soffia sui partiti e che il centrodestra, in deficit di leadership e di motivazioni aggreganti, ancora non riesce a inviare scialuppe di salvataggio per recuperare almeno una parte dei suoi elettori che, delusi, si orientano sempre più verso l’astensione.
Proprio la riconquista degli elettori disillusi pare alla base della nuova strategia di Berlusconi. Lo si intuisce nella scelta di ricandidarsi come leader, rifondando il partito – e forse addirittura “liquidandolo” – per dare corpo a un movimento leggero, senza una dirigenza politica vera e propria, ma con una leadership forte. Impossibile dire se questa possa essere la soluzione alla crisi del centrodestra. Non lo è sicuramente per il paese, rinnovando soltanto l’incompiutezza di quelle riforme del sistema politico di cui si sente la necessità, e oltremodo necessarie per recuperare una good reputation da poter spendere in campo europeo.
L’anomalia di un sistema che, oggi, soffre l’assenza di alternative e di una reale dialettica politica, rappresenta, purtroppo, solo l’ennesima tappa della lunga transizione italiana verso una nuova normalità. E il rischio è che nemmeno le prossime elezioni rappresenteranno quel ritorno al futuro più volte annunciato.
Un pericolo, questo, che richiama i partiti all’urgenza di un rovesciamento di missione: far tornare la politica a favore dei cittadini, visti non più come strumento per raggiungere le istituzioni, ma come fine ultimo di azioni ispirate al bene comune. Perché anche quando parole come crisi e degenerazione, riferite al sistema politico, s’ispirano a un sentire collettivo, esse non segnano lo spartiacque di un abbandono, semmai il contrario, ossia la consapevolezza della necessità di un ritorno ai valori condivisi di un ethos civile.
Il tracciato di riforma del sistema politico non può che essere quello di dialogare con i mille rivoli in cui sono confluiti i grandi invasi politici del Novecento e che hanno dato corpo a nuove forme di partecipazione diffusa, dove il confronto delle idee e i processi di apprendimento collettivo ricoprono ancora un ruolo fondamentale nella costruzione della rappresentanza sociale e una costante tessitura del loro significato politico.
Ciò che serve al paese per uscire dall’infinita transizione politica non è un atto isolato, che conferisca un mandato al quale rispondere solo a tempo debito, ma l’attivazione di un processo in grado di attingere dalla ricchezza delle esperienze che vivono nei territori, capace di fecondare a sua volta, e immettere, in un circuito più ampio, saperi e pensieri condivisi.
La democrazia, oggi, ha ancora più bisogno dei partiti perché la crisi impone di dare risposte forti alle domande che nascono dalle spinte inevitabilmente divergenti. E una democrazia che sceglie e decide può farlo solo se i partiti sono in grado di articolare, convogliare e orientare le istanze della società intorno a un progetto. D’altronde, la sfida di qualsiasi democrazia è come portare a sintesi una comunità complessa, canalizzando le sue pulsioni, positive e negative, in percorsi che producano futuro. Ma per fare questo i partiti devono recuperare autorevolezza e credibilità, avere il coraggio di rompere i cerchi magici e rinnovarsi al loro interno, aprendosi a processi democratici reali. Il tempo sta per scadere e occorre che s’imponga la volontà e la determinazione di fare quelle scelte che il paese non può più attendere.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 10 settembre. Sfoglia il monitor politico di Tecnè (settembre 2012).

 

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