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Cesare deve morire (intanto vola a Hollywood)

di Martina Marotta

Tutti conosciamo approssimativamente la storia e i passi più importanti del “Giulio Cesare” di Shakespeare: la congiura contro il console tiranno da parte dei senatori (tra cui spiccano i protagonisti dell’opera Bruto e Cassio), le idi di Marzo, il discorso di Marco Antonio al popolo romano, la guerra civile e il successivo suicidio di Bruto e Cassio.
Eppure i fratelli Taviani con il loro pluripremiato film Cesare deve morire hanno stupito tutti, pubblico e giuria, realizzando una storia certamente innovativa. Girato interamente all’interno del carcere romano di Rebibbia e vincitore dell’Orso d’oro al festival di Berlino, il film segue la preparazione dei carcerati per lo spettacolo teatrale dell’opera di Shakespeare, mostrando la lenta fusione che ogni attore avrà col personaggio assegnatogli man mano che la messa in scena si farà sempre più imminente. Non solo: nonostante la gravità del reato per cui gli attori sono stati incarcerati, ci viene comunque ricordato che ognuno di loro resta pur sempre un essere umano, con la voglia di evadere mentalmente dalla propria situazione, almeno per poco, almeno fino alla fine dello spettacolo. Un po’ come i condannati all’Inferno di Dante, che prendono la venuta del poeta come un minimo sollievo dall’eterna pena assegnatagli.
Toccante è a tal proposito una particolare scena del film: dopo che gli attori sono stati scelti per i ruoli principali, la telecamera si concentra su ogni loro primo piano, sovrapponendogli una scritta con la descrizione del reato e la conseguente pena, il tutto accompagnato dal suono malinconico e straziante di un’armonica.
Fin dal primo giorno di prove, ci viene mostrato come questo spettacolo sarà unico nel suo genere: difatti il direttore del progetto aggiunge l’inusuale e particolare (per un’opera shakespeariana) recitazione nel dialetto proprio di ogni attore. E così avremo un Cesare romano (azzeccatissimo), un Bruto napoletano, un Lucio siciliano: dialetti che si scontrano, che sembrano non avere niente in comune nella quotidianità, ma che qui acquistano una strana ma intonata armonia.
Altro punto forte del film è il trattamento che i fratelli Taviani hanno dato alla pellicola: a colori durante la messa in scena dello spettacolo, in bianco e nero nel tempo antecedente a esso, come a voler sottolineare che l’arte (e in questo caso il teatro e la recitazione) ridipinge la quotidianità di questi carcerati e li rende di nuovo (ma solo per poco) uomini liberi.
E anche se lo “scopo “ del film è lo spettacolo finale, il vero fulcro della pellicola è lo sviluppo e lo studio del copione: i registi si insinuano nelle prove, nell’attore, nelle emozioni che gli provoca il personaggio interpretato, il quale si fonde col recitante stesso, e una semplice prova della scena della morte di Cesare fa diventare il carcere di Rebibbia palcoscenico e foro romano.
L’atto finale riprende il punto d’inizio del film: i carcerati che tornano nelle rispettive celle. Ma la macchina da presa stavolta si focalizza su uno solo di loro, il detenuto Vincenzo Gallo, ergastolano, che malinconico guarda dritto davanti a sé mormorando le toccanti parole: “da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione”. Una frase che contiene un tormento, forse mai ammesso, ma scoppiato dopo aver gustato per un attimo una forma di libertà che ha fatto dimenticar loro di essere ladri, assassini, criminali.
Dopo l’Orso di Berlino, questo film verrà presentato a Hollywood come candidato italiano per la cinquina finale degli Oscar 2013, sezione miglior film straniero. E nell’attesa che vengano proclamate le nomination, il consiglio è solo uno: guardare il film.

 

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