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Ma l’Europa è il punto di riferimento

di Fabio Germani

“C’è una questione democratica e una questione dell’euro”, dice l’eurodeputato del Pd, Gianni Pittella ai microfoni di T-MagTV. Te ne accorgi, in effetti, osservando le manifestazioni ad Atene e il dispiegamento massiccio delle forze dell’ordine per le strade della capitale ellenica (oltre 7000 tra poliziotti e agenti in tenuta antisommossa) in attesa dell’arrivo di Angela Merkel, martedì. Tanti cittadini non la vorrebbero tra i piedi – gli scontri in piazza ne sono una riprova – anche se lei afferma di venire in pace e che la Germania è ben disposta a concedere ulteriori aiuti qualora ce ne fosse bisogno. Il premier greco, Antonis Samaras, alla vigilia dell’incontro con la cancelliera tedesca, aveva lanciato l’ennesimo grido d’allarme: “Senza nuovi fondi sarà bancarotta”.
In Grecia il tasso di disoccupazione si è attestato al di sopra della soglia psicologica del 25%. Quella giovanile (15-24 anni) è addirittura al 54%. Perché parlarne? Perché nell’ipotesi che il Paese ellenico non ce la faccia è difficile prevedere le ripercussioni sull’intero sistema dell’euro.
C’è stato un momento in cui, anche in Italia, non si parlava d’altro. L’istituzione di un governo tecnico aveva presagito in principio una cessione di sovranità rispetto ai dettami di Bruxelles, gli stessi che compongono buona parte della cosiddetta agenda Monti per cui, a detta di molti, non potrà esserci alternativa nell’immediato futuro. Nel frattempo, però, ce ne siamo un po’ dimenticati, presi come siamo dalle impietose cronache politiche (chi compra i voti attingendo alla criminalità organizzata, chi si impossessa impropriamente di soldi pubblici) nonché dalle più classiche indiscrezioni da permanent campaign (le primarie, chi si allea con chi e via discorrendo). Ma l’Europa è sempre lì, pronta a ricordare le lacune di ogni singolo Stato membro. Fa sapere la Bce che in quattro anni nell’Ue si sono persi quattro milioni di posti di lavoro. Prima di varare qualsiasi misura, però, è necessario attuare il piano anti-spread per contenere la crisi del debito, avverte Francoforte. E qui le divergenze tra i piani alti dell’Eurotower e la Germania non sono mancate. Soprattutto con la Bundesbank, contraria all’Outright monetary transaction (Omt), vale a dire gli acquisti illimitati di titoli pubblici emessi dai Paesi dell’eurozona al fine di arginare la speculazione. Un percorso non semplicissimo è stato pure quello che ha portato in settimana all’introduzione da parte dell’Ecofin della Tobin Tax, ovvero l’imposta sulle transazioni nei mercati valutari, anche in questo caso per frenare le speculazioni. La Tobin Tax nasce con la cooperazione rafforzata di undici Paesi (Italia compresa, sebbene fino all’ultimo alquanto restia) in modo da aggirare l’idiosincrasia mostrata in diverse occasioni dalla Gran Bretagna. Sempre in settimana è stato siglato l’ultimo atto per il via libera al fondo salva Stati Esm, che per cominciare disporrà di 200 miliardi di euro su 500 in dotazione. Gli strumenti, come si può notare, ci sono. Ciò che è venuto meno in questi mesi di recessione e di crisi economica è stata l’occasione di mostrare una certa coesione – anche semplicemente una mera illusione di essa –, prerogativa indispensabile per superare le difficoltà del momento. L’idea di un’unione che non sia esclusivamente monetaria, ma soprattutto politica e fiscale, resterà una chimera fintanto che l’Ue apparirà un insieme di Stati a geometria variabile (e che sia il premio Nobel per la pace assegnato venerdì a far cambiare repentinamente approccio è quantomeno opinabile). Guardando in casa nostra, chiunque verrà dopo Monti – a patto che non si verifichi un Monti-bis – non potrà non avere bene a mente il lascito della parentesi tecnica. L’Europa è e sarà in ogni caso (nonostante le contraddizioni) il dirimente punto di riferimento. Con o senza agenda Monti.

 

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