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Uno su quattro sulla soglia della povertà

di Carlo Buttaroni

C’era una volta la “società dei due terzi”. Due terzi di cittadini che godevano dei benefici della modernità e del benessere, mentre un terzo ne rimaneva fuori, escluso ed emarginato. Oggi quella società, così come veniva raccontata da Peter Glotz, non c’è più, perché una parte considerevole dei “due terzi” che godevano di standard elevati di qualità della vita si stanno rapidamente impoverendo.
Lo scenario è stato, infatti, sostituito dalla “società del venti per cento”. Una società dove solo una piccola parte gode i privilegi di una vita serena e agiata, mentre la grande maggioranza dei cittadini vede il progressivo deterioramento delle proprie condizioni economiche, vive un disagio sociale diffuso e si divide tra chi è già povero e chi ha paura di diventarlo.
Colpa della crisi, certo. Che ha origine in quel modello di sviluppo, inaugurato negli anni Ottanta, incentrato sulla deregolamentazione dei mercati, sulla libera circolazione dei capitali e sullo smantellamento dei sistemi di protezione sociale. Un modello di cui oggi si paga il conto, ostinandosi a non denunciarne il fallimento e la vocazione predatoria. Le cifre non lasciano spazio a incomprensioni: a livello mondiale 70 milioni di ricchi guadagnano quanto 4,3 miliardi di poveri; in Europa, negli ultimi 30 anni, i cittadini che vivono un disagio economico sono quasi quintuplicati, passando dai 38 milioni del 1980 ai 152 milioni del 2010.
Guardando al nostro paese il quadro non migliora: il 20% delle famiglie più ricche detiene quasi il 40% dei redditi complessivi, mentre il 20% di quelle più povere si deve accontentare dell’8%. Sono più di undici milioni i poveri “certificati” dall’Istat. Un quadro devastante, in cui si colloca una terra di mezzo costituita da un italiano su quattro che è sulla soglia della povertà. Se si guarda alla distribuzione dei redditi per fasce, la situazione appare in tutta la sua gravità: dati allarmanti, di una società in affanno. La fotografia di un’Italia a tasche vuote, dove il 56% dei lavoratori dipendenti e il 70% dei pensionati l’anno scorso ha dichiarato un reddito inferiore a 20 mila euro.
Con la crisi il quadro sta ulteriormente deteriorando e non ci sono abbastanza scialuppe di salvataggio. Col rischio reale di cadere in quell’abisso di miseria che nessuno più tenta di colmare. La fascia intermedia è la più a rischio e penalizzata dalla crisi. Un esercito di persone che hanno perso il lavoro o, pur lavorando, non riescono a far fronte ai loro impegni.
Il diritto alla casa, al lavoro, alla famiglia, a un’alimentazione equilibrata, alla salute, all’educazione, alla giustizia, sono i primi a essere messi in discussione e negati. Quando una persona deve scegliere se rinunciare al lavoro o correre il rischio di morire di cancro perché lavora in un ambiente inquinato, forse è più chiaro di cosa si sta parlando.
È anche a questa povertà relativa che ci si riferisce quando si parla di proletarizzazione dei ceti medi. Una povertà fatta d’insicurezza e di sfiducia nel futuro, di precarizzazione, di aspettative decrescenti per sé e per i propri figli. In questa prospettiva, la distinzione fra impoverimento reale e percepito perde gran parte del suo significato. Chi si sente povero, nella nostra società, è povero. Un abisso di spaesamento, fatto di perdita delle relazioni, di dissolvimento dell’identità, di sfiducia individuale. Il rischio non è morire di fame ma la negazione di opportunità essenziali per lo sviluppo umano, quali condurre una vita sana, creativa, godere di uno standard di vita dignitoso, di decoro, autostima e rispetto degli altri.
È da oltre un decennio che lo spettro della povertà ha ricominciato a manifestarsi, nonostante il reddito pro capite, in termini nominali, sia addirittura aumentato. Ma questo dato non fa che testimoniare l’aggravarsi delle diseguaglianze economiche e una polarizzazione sociale sempre più accentuata. I mercati sono effettivamente più liberi, ma i poveri sono aumentati. I confini incerti di questa nuova povertà, la sua ubiquità, la sua flessibilità, la rendono particolarmente inquietante, perché non ce ne si può sbarazzare considerandola qualcosa di estraneo. E’ interna al sistema e denuncia una crisi profonda e strutturale.
Una decadenza che ha vissuto un percorso e un’evoluzione. Iniziata con la rinuncia alla settimana bianca e l’accorciamento dei periodi di vacanza, con la dilatazione dei tempi per il cambio dell’auto, che adesso incide su fondamentali esigenze, come quelle legate alla salute e allo studio. Si parla di crescita, ma non si fa nulla per riequilibrare la forbice spaventosa tra la parte ricca, anzi ricchissima, e quella povera, anzi poverissima.
Veramente si pensa di uscire dalla crisi con politiche economiche che puntellano il sistema soltanto per salvaguardare i mercati e il venti per cento della popolazione che sta meglio? Se i consumi precipitano, se la fiducia dei cittadini diminuisce, se il futuro spaventa e annichilisce gli investimenti sul capitale umano, come si fa a non accorgersi che la cura sta aggravando la malattia?
Occorre il coraggio di scelte che invertano il piano inclinato di questo modello di sviluppo, perché, altrimenti, al 20% della popolazione che sta meglio, farà da contraltare un 80% tagliato fuori dal futuro. Oggi serve altro rispetto alle politiche del rigore per restituire un orizzonte alla stragrande maggioranza della società. Serve investire sul welfare e sui servizi, occorre una politica dei redditi che permetta di rilanciare i consumi e la domanda interna. C’è bisogno di recuperare risorse in quella parte del Paese che detiene una fetta considerevole della ricchezza nazionale e accumula ingenti capitali improduttivi.
Il centrosinistra ha, in questo momento, un capitale di consensi potenziali che proietta la coalizione al governo del Paese. Ha un leader, risultato di un processo partecipativo straordinario. Ha un perimetro chiaro dentro il quale muoversi. E dovrà agire in un contesto storico ed economico che impone di fare scelte senza ambiguità. Tutti questi elementi vanno saldati all’interno di un programma politico che indichi, con chiarezza e senza equivoci, il modello economico e sociale dell’Italia e un percorso per realizzarlo. Non un orizzonte irraggiungibile, un catalogo di promesse che contiene tutto e il suo contrario, ma azioni da mettere in campo da subito, ispirate a una precisa idea di società. Con la consapevolezza che serve coraggio. Un coraggio che può restituire, a un Paese con le pile scariche, il diritto di scegliere. Perché gli orientamenti degli elettori, che premiano oggi il centrosinistra, affidando al suo leader il mandato di rimettere in piedi il Paese, non rappresentano una cambiale in bianco, ma una domanda alla quale tutto il centrosinistra deve dare risposte chiare. Forse, il futuro dell’Italia è iniziato oggi. E per riscattarlo, da domani, bisognerà cominciare a scrivere una nuova storia.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 3 dicembre. Sfoglia l’indagine Tecnè in pdf.

 

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