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La povertà di istruzione in Italia

Abbandoni, interruzioni formalizzate, frequenze irregolari, ripetenze, ritardi, ritiri. Hanno nomi diversi i malware che infettano il mondo dell’istruzione, il principale software di sviluppo, promozione, costruzione di futuro del paese, determinando il rallentamento o il vero e proprio abbandono del percorso formale di studio da parte di un numero ancora elevatissimo di studenti. Tutti insieme concorrono a definire il campo molto vario e articolato delle povertà di istruzione, un territorio accidentato e difficile da misurare perché situato all’intersezione tra problemi, motivazioni, mondi (scuola statale, paritaria e non paritaria, formazione professionale) e competenze differenti (stato, regioni, privati), segnato dall’assenza di procedure omogenee di raccolta e integrazione dei dati. Un territorio di cui riusciamo a scorgere indirettamente gli ampi confini grazie all’Indagine sulle forze lavoro realizzata dall’Istat su un campione di giovani tra i 18 e i 24 anni: secondo l’indicatore degli early school leavers in Italia quasi un giovane su 5 in questa fascia d’età (il 18,2%) è fermo alla sola licenza media e non svolge altri percorsi di formazione professionale. Un dato nazionale medio quasi doppio rispetto all’obiettivo europeo del 10%, fortemente condizionato dalle performance negative di gran parte delle regioni del Sud (ad eccezione della Basilicata) e in particolare dei giovani di Campania, Sicilia e Sardegna. Per osservare il fenomeno della dispersione nel momento in cui si produce, ovvero nelle scuole, è possibile osservare i dati sull’interruzione scolastica raccolti dal MIUR con la classica rilevazione sugli esiti degli scrutini. Le interruzioni sono suddivise in tre classi: interruzioni formalizzate, riferibili principalmente al trasferimento ad altre scuole o percorsi di formazione e quindi non direttamente collegabili all’abbandono; mancanza di validità (perdita dell’anno a causa di un elevato numero di assenze); interruzioni non comunicate, il fallimento conclamato.
Le elaborazioni del MIUR rilevano in particolare una media nazionale di 0,2% di alunni che interrompono gli studi senza alcuna motivazione nei 3 anni delle ex scuole medie (per un totale di circa 3-4 mila alunni fuoriusciti) e dello 0,8% nella secondaria di II grado: circa 20-30 mila abbandoni per il complesso dei 5 anni. Anche in questo caso, la regione di gran lunga più problematica è la Sardegna, ma valori sopra la media si riscontrano in Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Puglia, Campania.
Anche la rilevazione delle interruzioni durante l’anno di corso fornisce tuttavia un’immagine parziale e sbiadita della dispersione. Il picco più consistente di abbandoni si verifica nel passaggio da un anno di corso all’altro, in particolare alla fine del primo biennio della scuola secondaria di II grado dove, secondo l’Istat, si perdono le tracce di circa 90 mila alunni. Lo stesso metodo di rilevazione adoperato dal MIUR sugli esiti degli scrutini è ormai superato ed in via di sostituzione con le elaborazioni dell’Anagrafe
degli Studenti, il sistema introdotto dal ministero proprio con l’obiettivo di monitorare e contrastare la dispersione. Se fino a ieri le scuole si limitavano a fornire il dato aggregato degli alunni scrutinati o fuoriusciti, con l’Anagrafe sono tenute ad aggiornare costantemente i file alunno per alunno, annotando tempestivamente trasferimenti e ritiri, rintracciando e indicando le motivazioni (istruzione parentale, formazione professionale, ecc.) o eventuali “rischi di abbandono”. I primi e parziali dati ricavati con questa nuova metodologia sembrano mostrare l’aggravamento di circa un terzo delle interruzioni non motivate, ma anch’essi saranno incompleti fino a quando non si riuscirà ad integrare nel computo gli Istituti di Formazione Professionale regionali. A partire dal 2003, infatti, gli alunni usciti dalle medie hanno la possibilità di completare il percorso di istruzione all’interno delle istituzioni formative regionali e in quelle scolastiche. Una filiera formativa profondamente riformata negli ultimi anni e in piena crescita soprattutto al Centro-Nord, come mostra un monitoraggio compiuto da Isfol nel 2012: gli IFP ospitano oggi un numero di iscritti 7 volte maggiore rispetto a 7 anni fa, circa 180 mila ragazzi tra i 14 e i 17 anni, il 10% di tutti quelli che frequentano nei primi 3 anni dopo le scuole secondarie di I grado.
Ma il quadro delle povertà di istruzione è ancora una volta assai più ampio e variegato: se allarghiamo lo sguardo agli esiti degli scrutini, scopriamo che meno di 2 studenti su 3 hanno conseguito direttamente l’ammissione alla classe successiva, il 10,3% è stato respinto, e una percentuale altissima di neo-diplomati esce dalla scuola con votazioni appena sufficienti. Per non parlare dei test PISA che collocano l’Italia sotto la media OCSE per quanto riguarda le competenze acquisite in lettura, e di quelli Invalsi che continuano a registrare i profondi divari tra diverse scuole, ordinamenti e aree territoriali, la prova provata dell’esistenza di una strisciante segregazione formativa, con percorsi di serie A e di di serie B, allievi di serie A e allievi di serie B.

Fonte: Atlante dell’infanzia di save the Children

 

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