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Elettori Pdl verso Grillo e lista Monti

di Carlo Buttaroni

La fine della parabola berlusconiana che si è consumata a Bruxelles, con l’allontanamento dell’ex premier dal campo dei popolari europei, libera lo scenario italiano da un equivoco che ne ha segnato lungamente il corso. Silvio Berlusconi non è più (se mai lo è stato) il rappresentante della famiglia europea di centrodestra. L’atto di accusa, anche se recitato tra le righe di una rappresentazione che formalmente prevedeva altro, è senza appello: la lotta al populismo e all’antieuropeismo sono elementi fondanti del Ppe. Il primo messaggio che i popolari mandano all’Italia è che il berlusconismo non rappresenta la famiglia popolare europea. Il secondo messaggio riguarda la stabilità politica di un Paese, il nostro, considerata preoccupante almeno quanto le oscillazioni dello spread. E non perché il centrosinistra e Bersani non diano sufficienti garanzie, ma perché i rischi di una deriva che saldi i vari populismi che albergano il nostro Paese preoccupano più in Europa che in Italia. Grillo, la Lega e in ultimo un Berlusconi in chiave antimontiana e antieuropeista devono essere sembrati davvero troppo. Per il futuro dell’Europa è indispensabile che l’Italia diventi un Paese stabile dal punto di vista politico. Un messaggio a doppia firma, visto che ai popolari si sono uniti anche i socialisti. Chi ha scambiato, infatti, l’atteggiamento del presidente socialista Hollande per un endorsement nei confronti di Monti, o non conosce gli equilibri che regolano le diplomazie europee o è in malafede. Da che parte stanno i leader progressisti europei, infatti, è stato sottolineato pochi giorni dopo, con l’appuntamento fissato a Torino per il 9 febbraio prossimo. Obiettivo: sostenere Pier Luigi Bersani.
L’Europa dei popolari, così come quella dei socialisti, è preoccupata per quanto sta accadendo in Italia. Un timore fondato, che riguarda quel fronte populista e antieuropeista che si alimenta del naufragio del centrodestra italiano e che rischia di far precipitare il Paese nell’ennesima anomalia. I flussi elettorali riflettono questi timori. Da una parte il Pd espande il proprio perimetro, conquistando consensi soprattutto nell’area del non voto, ma dall’altra il Movimento cinque stelle intercetta i delusi del centrodestra e, anche se in quota minore, quelli del centrosinistra. Sullo stesso fronte però, nella lettura in chiave europea, c’è il Pdl, che sfiduciando di fatto il Governo, ha attraversato il guado, collocandosi sulla sponda opposta a quella di Monti. Oggi il partito di Berlusconi ha un bacino elettorale prosciugato rispetto al passato (poco più del 6% dell’intero corpo elettorale) ma un baricentro decisamente spostato a destra e animato da sentimenti prevalentemente contrari all’euro e all’Europa. Una quota consistente di ex elettori, delusi dalle promesse mancate, sembra orientato verso l’astensione, ma una parte, altrettanto ampia, sembra alimentare proprio il movimento di Grillo. C’è poi la Lega, storicamente avversa all’Europa economica e politica.
Il vero rischio per l’Italia è che questo fronte si saldi, non dal punto di vista elettorale, ma del sentimento collettivo, trasformando le prossime elezioni in un referendum sulla collocazione dell’Italia, anziché sugli indirizzi economici e politici di un Paese ancorato all’Europa. E che, come un virus, si diffonda in Europa. Monti non è tornato da Bruxelles con l’appoggio dei popolari europei a una sua candidatura, ma con la responsabilità più sottile e profonda, di garante della stabilità politica dell’unione. E, in tale ruolo, ha ribadito la sua incompatibilità con Berlusconi, ricordando che a spingerlo alle dimissioni è stato proprio il Pdl. Una posizione che allontana sempre più l’ipotesi di uno schieramento moderato che inglobi la destra di Storace, la Lega di Maroni e i centristi di Casini, Fini e Montezemolo. Una prospettiva, questa, auspicata da Berlusconi in una delle sue tante giravolte, ma che sempre più si sta rivelando senza alcuna concretezza alla base. Anche perché, in un’eventuale lista Monti in cui far confluire l’Udc, il Fli e l’Italia Futura, gli eredi più prossimi ai popolari europei rappresenterebbero una quota pari al 27% della base elettorale, mentre il 40% sarebbe rappresentato dalla componente di destra ex Pdl. E anche se il “partito montiano” diventasse la nuova casa degli ex pidiellini, resterebbe comunque ampiamente minoritario rispetto al centrosinistra e non costituirebbe l’embrione di un partito dei moderati. Questo, almeno per adesso, considerando lo scenario che continua a proporre dissolvenze più che protagonisti in grado di modificare gli assetti politici.
Per la nascita di un centrodestra di matrice europea non basta Monti e l’assenza di leadership e idee non può essere surrogata da una strategia elettorale volta a massimizzare, in termini istituzionali, i consensi. Occorre altro. Innanzitutto un processo di rifondazione, che non sarà né semplice né indolore, sul quale dovrà essere edificata la nuova casa dei moderati. La scorciatoia, e questo Monti lo sa benissimo, non è quella di affidare a lui il compito di federare i centristi, accogliere gli inviti di Montezemolo e porsi alla guida degli orfani del Pdl. Occorre altro. E se Monti scendesse sul campo di gioco, non potrebbe più assolvere quel ruolo che fin qui gli ha riconosciuto il Paese e che Martens si è premunito di rinforzare. Il professore ha fatto recuperare all’Italia un peso politico in ambito europeo che negli ultimi anni si era notevolmente ridotto, ha restituito al Paese un’affidabilità alla “parola”, ridando dignità e autorevolezza alle istituzioni. Ma sarebbe uno sbaglio se adesso il professore tradisse il suo mandato scendendo in campo come leader politico di una parte. Un errore nei confronti di un Paese che ha sopportato sacrifici durissimi, dimostrandosi migliore di quanto certe semplicistiche rappresentazioni tendevano a dare. E rappresenterebbe una strada sbagliata rispetto alle prospettive di ricostruzione di un sistema politico maturo, compiuto, veramente rinnovato.
Se Monti cadesse nelle stesse tentazioni in cui scivolò Lamberto Dini, facendo il suo partito dopo l’esperienza del governo tecnico, si ritarderebbe quel processo di ritessitura che tutti auspicano abbia inizio all’indomani dell’appuntamento elettorale. Un processo che l’Europa attende con ansia per far tornare il nostro Paese protagonista a pieno titolo della politica europea.
Una scelta da non fare, quindi, da parte di Mario Monti. Perché oggi come allora valgono le parole di Alcide De Gasperi: “un partito non è fine a se stesso; un partito è l’organizzazione di una buona volontà che ha un certo programma con un certo spirito, che viene da concetti superiori a quelli che possono muovere la vita quotidiana ed è al servizio di una causa”. Così il leader popolare, nel 1949, durante un discorso a Milano, definì i partiti politici. Parole quanto mai attuali nell’era dei partiti che si aggregano e si disgregano come “contenitori a perdere” della vita del nostro Paese.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 17 dicembre. Sfoglia l’indagine Tecnè in pdf

 

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