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E se le donne lavorassero di più?

Della differenza di genere abbiamo più volte scritto su queste pagine. Ma ancora una volta è il caso di concentrare l’attenzione sul tema, non fosse altro che in queste ore è stato presentato l’ennesimo studio che evidenzia quanto un eccessivo divario risulti controproducente, soprattutto nell’attuale fase di crisi economica. Nel Rapporto dell’Ocse, Closing the gender gap, viene sottolineato come in particolare quella italiana sia un’economia incapace di far emergere le migliori risorse che, il più delle volte, si annidano tra le donne. Una loro maggiore partecipazione al mondo del lavoro, infatti, significherebbe l’aumento di un punto percentuale all’anno del Pil nazionale. Al contrario, rilevò alla fine del 2011 la Banca d’Italia, il mancato contributo delle donne può valere fino ad una perdita di sette punti di Pil. Il nostro Paese si colloca al 32esimo posto nella classifica delle presenze delle donne nel mondo del lavoro, ovvero il 51% contro il 65% della media Ocse. Peggio dell’Italia solo Turchia e Messico.
Il suggerimento dell’Ocse, dunque, è quello di ridurre il divario di genere, un accorgimento su cui tutti i governi dovrebbero essere sensibili al fine di rilanciare la crescita. Anche perché un po’ ovunque, e in Italia specialmente, le donne ottengono migliori risultati negli studi. Nel 2010, ad esempio, il 59 per cento dei laureati nel nostro Paese erano donne, ma la percentuale scende al 15 per cento tra i laureati in scienze informatiche e al 33 per cento in ingegneria. Tuttavia, meno del 5 per cento delle ragazze di 15 anni aspira a queste professioni, a fronte del più del 20 per cento dei ragazzi. In altre parole serve un punto di svolta culturale. “L’Italia – afferma non a caso l’Ocse – ha bisogno di migliorare le politiche per la famiglia e di una maggiore partecipazione degli uomini al lavoro domestico”.

 

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