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Violenza e molestie nei luoghi di lavoro

Il 16,5 % dei lavoratori italiani è stato minacciato durante la carriera, lo rileva l’Istat. Poco meno della metà, il 7,2%, ha subito aggressioni o violenze. Meno del 4% delle vittime va a processo, anche se in tribunale vincono spesso, nel 72% dei casi. In alcuni settori, come in ambito sanitario, le vittime mostrano tassi di assenza superiori del 26% rispetto ai colleghi, e la violenza è la prima causa di abbandono del posto di lavoro. Questi e altri dati sono presenti nel Bollettino ADAPT n.26/2012 a cura di Claudio Cortesi, che analizza le cause e le dinamiche della violenza sul lavoro.
di Claudio Cortesi

La violenza al lavoro è presente spesso, troppo spesso. Da parte di clienti, fornitori, colleghi o superiori. Avviene attraverso aggressioni fisiche, molestie, minacce, e contribuisce a rendere pesante, a volte invivibile, l’ambiente in cui si passa la maggior parte della giornata. Si tratta di un fenomeno antico, certo, ma ancora poco conosciuto. Soprattutto, non se ne conoscono le dimensioni. Nel corso della carriera, in Italia, il 16,5% dei lavoratori è stato minacciato, mentre il 7,2% ha subito violenze. Questi numeri, comunque, rappresentano la punta di un iceberg, non è noto quanti casi non siano stati mai denunciati. Solo il 3,4% delle vittime va a processo, nonostante l’alta probabilità di vittoria (72%).
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha dedicato grande attenzione al fenomeno. Molte sono le pubblicazioni di analisi, tra cui il report Violence at Work che sintetizza i dati ufficiali provenienti da ogni parte del mondo. A livello europeo, la violenza sul lavoro è stata stabilmente inserita nell’indagine ESENER sulle aziende dell’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza sul lavoro, così come nelle domande dell’Eurofound per l’indagine European Working Conditions Survey. In Italia, dal 2010, l’Istat svolge un’indagine specifica sul fenomeno, e ne rende pubblici i dati. La ricerca dispone, oggi, di dati precisi sulle dimensioni del fenomeno, o almeno di quella porzione che le statistiche ufficiali sono in grado di rilevare. Le ricerche, per essere comparabili a livello internazionale, devono però disporre di definizioni comuni. Su queste vi è stato un lungo dibattito tra gli specialisti, che hanno elaborato molte definizioni per le diverse forme di violenza, tra cui quelle di straining, mobbing, bullying, bossing. Nella realtà aziendale le distinzioni teoriche sono più sfumate. La violenza psicologica spesso precede quella fisica, la violenza individuale viene aggravata dal silenzio complice dei colleghi. Pertanto, molti dei fenomeni prima menzionati, vengono ricompresi nella definizione di violenza psicologica, ovvero l’insieme dei comportamenti vessatori che non contemplano l’aggressione fisica o sessuale nei confronti della vittima. La ricerca negli ultimi anni ha anche individuato i settori professionali più esposti al rischio e le motivazioni che spingono all’aggressione. Alcune caratteristiche della persona o del luogo di lavoro risultano indicatori di possibili episodi di aggressione.
Definire la violenza sul lavoro è compito arduo non solo per la ricerca scientifica, ma anche per la magistratura. In particolare sono cresciute negli ultimi anni le cause giudiziarie relative al Mobbing.
In ogni caso, le vittime subiscono seri danni, sia al loro equilibrio psicofisico che alla propria sfera relazionale. Spesso contraggono malattie gravi come la sindrome da Stress Post-Traumatico, e si isolano creando tensioni nel vissuto familiare. Vittime non sono solo i lavoratori, ma anche le loro imprese. Sebbene meno noti, i danni per queste ultime sono rilevanti. Le vittime mostrano tassi di assenteismo elevati, arrivando talvolta all’abbandono del posto di lavoro. La loro produttività diminuisce significativamente nell’arco di tutta la carriera, non solo nel periodo immediatamente successivo all’evento traumatico. Le vittime, infine, necessitano dell’assistenza dello stato sociale, con pesanti oneri per il bilancio pubblico. La violenza ha quindi un costo considerevole.
Alcuni importanti progetti di ricerca a livello europeo, tra cui il PRIMA-EF (Psychosocial Risk Management Excellence Framework), hanno studiato le migliori pratiche per prevenire i rischi. Ne risulta che è necessaria una prima fase di analisi e valutazione dei rischi, per elaborare, successivamente, le opportune procedure e policy aziendali.
La consapevolezza del problema non è risolutiva, ma rappresenta la premessa indispensabile affinché i protagonisti, lavoratori, imprese, istituzioni, prendano le misure necessarie per contrastare il fenomeno.

Il Bollettino Speciale dell’Adapt è consultabile nella home del sito www.bollettinoadapt.it o al seguente link.

 

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