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Come si ripercuote l’austerity sull’Italia

Restano alti i rischi di un rallentamento internazionale e le prospettive future sono legate a tre incognite principali: gli sviluppi della crisi europea, la capacità di tenuta delle economie asiatiche, i risultati del possibile accordo sul fiscal cliff americano. Molto positivo in Europa l’allentamento delle tensioni finanziarie sui titoli pubblici, grazie alle azioni della Bce e al risanamento fiscale in atto nei paesi della periferia europea. Ma l’austerity sta generando pesanti ripercussioni sull’economia reale. Per l’Italia ciò si traduce in una riduzione del Pil del 2,1% nel 2012 e un ulteriore contrazione nel 2013 (-0,6%). Dalla seconda metà del 2013 la crescita congiunturale dovrebbe però tornare in positivo, con il 2014 che potrebbe chiudersi con un +0,8%. È questa la fotografia del rapporto di previsione AFO 2012-2014 elaborato dall’ABI.
Sulle banche, nonostante la parziale riduzione dello spread, pesa soprattutto il negativo andamento del ciclo economico. Si conferma in tutta la sua fortissima rilevanza il tema della redditività inferiore al costo del capitale: il recupero della crescita effettiva e potenziale dell’economia italiana, la definizione di un quadro di regole nazionali ed europee che riconoscano il valore positivo del tradizionale modello di business commerciale; una forte azione endogena all’industria sul fronte della diversificazione delle fonti di ricavo e, soprattutto, della riduzione dei costi sono le condizioni per il recupero di redditività.
L’economia nazionale sconta ancora il doppio ciclo recessivo innescatosi tra il 2009 e il 2012, tanto che l’anno in corso registrerà sul Pil una contrazione di 2,1 punti percentuali per tornare ad un +0,8% solo nel 2014.
Il crollo dei consumi delle famiglie è una delle caratteristiche distintive di questa recessione. La loro riduzione dovrebbe essere pari al -3,2% nel 2012 e al -1% nel 2013. Questa caduta risente dell’andamento molto negativo del reddito disponibile, in riduzione, nel 2012, del 3,6% in termini reali. Se così fosse, sarebbe un dato inferiore solo a quello del 1993 quando la contrazione fu del 3,9%.
Sul mercato del lavoro emergono gli effetti più preoccupanti della crisi. Nell’anno in corso il tasso di disoccupazione balzerà al 10,8%, dall’8,4% del 2011, e rimarrà stabile nel biennio successivo.
Nei prossimi anni proseguirà il miglioramento della finanza pubblica, centrando l’obiettivo di
pareggio in termini strutturali. Il rapporto deficit/Pil passerà dal -2,8% di quest’anno al -1,3% del
2014.
Il debito pubblico, al lordo dei sostegni all’Europa, salirà al 126,2% del Pil nel 2012 e rimarrà su tale livello anche l’anno successivo. Solo dal 2014 si assisterà a una sua riduzione pari a circa 3 punti di Pil, condizionata però, alla realizzazione di dismissioni per 1 punto di prodotto in ciascun anno, come del resto previsto nel quadro di finanza pubblica del Governo.
Il funding continua ad essere il principale canale di trasmissione della crisi sovrana all’attività delle banche, i miglioramenti registrati nei differenziali di rendimento negli ultimi mesi si sono prontamente trasferiti in una dinamica della raccolta da residenti decisamente positiva rispetto al livello degli impieghi. Tali andamenti tuttavia non risultano ancora sufficienti a rendere le banche italiane indipendenti dal finanziamento della Bce, soprattutto a causa del negativo andamento della raccolta sull’estero. Nel corso del 2012 il rallentamento dei finanziamenti alle imprese deve essere ricondotto prevalentemente alla debolezza della domanda, così come vincoli piuttosto stringenti per la crescita del credito vengono dal deterioramento della sua qualità.
Gli impieghi a residenti dovrebbero presentare quest’anno una sostanziale stagnazione per poi crescere nel biennio finale di previsione a tassi non molto lontani da quelli di crescita del Pil, e comunque mai superiori al 3%. Importante freno alla crescita dei prestiti sarà l’aumento del rischio di credito: nel triennio di previsione, le sofferenze dovrebbero crescere sempre più dei prestiti, toccando a fine 2014 un rapporto sofferenze/impieghi pari al 7,3%. Per trovare un valore più alto bisogna risalire al 1998.
A contrasto delle tendenze ora descritte e coerentemente al migliorato clima sul mercato finanziario, decisamente più soddisfacente dovrebbe risultare la crescita della raccolta: dopo il livello negativo del 2011, nel 2012 la raccolta dovrebbe aumentare del 2,9% e in seguito crescere stabilmente su ritmi di incremento del 3%. Per tali motivi, la previsione disegna una importante riduzione dello squilibrio tra raccolta e impieghi: nel corso del triennio di previsione il funding gap dovrebbe diminuire di 5,5 punti percentuali, collocandosi a fine periodo su di un divario di risorse pari al 9,4% del complesso degli impieghi a residenti.
Si continua nella scia di peggioramento delle condizioni di redditività del settore: il Return on Equity dell’attività bancaria sarà nel 2014 di poco superiore al 2%. Tale risultato è principalmente determinato dal contesto economico, sotto forma di un elevato ammontare di accantonamenti e rettifiche e di una scarsa dinamica dei volumi intermediati.
Dovrebbe rimanere stazionario, invece, il margine di interesse, interrompendo la caduta degli ultimi anni, ma presentando ancora un valore inferiore per circa 4 miliardi di Euro rispetto al dato del 2007. A fine 2014 gli altri ricavi contribuirebbero al conto economico per quasi 6 miliardi in meno rispetto al 2007.
La salvaguardia delle condizioni di redditività delle banche italiane passa, dunque, inevitabilmente per una attenta e serrata politica di controllo e riduzione dei costi, che dovrebbero contrarsi ad un ritmo medio annuo dell’1,7-1,8% In questo caso, il cost income ratio scenderebbe al 61,2% nel 2014, livello comunque superiore ai valori pre-crisi.

Fonte: Abi

 

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