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Monti cambia gioco. Al centro l’11%

di Carlo Buttaroni

Ha fatto il passo avanti. Con l’obiettivo di proporsi per una premiership non più tecnica ma politica. C’era grande attesa per la conferenza stampa di Mario Monti. E la comunicazione del premier dimissionario non ha tradito le aspettative, anche se le circostanze l’hanno un po’ imprigionata in un linguaggio politichese, con molti, troppi condizionali.
La comunicazione di Monti si può considerare sostanzialmente divisa in due parti. Nella prima, l’ex premier rivendica l’azione del suo governo e prende una netta distanza da Berlusconi e dal berlusconismo. Il leader del Popolo della Libertà ha perso la sua partita più importante, quella politica. Una débâcle sullo scacchiere europeo, prima ancora che su quello nazionale. Ed è stato proprio il suo ritorno in campo in chiave anti-europeista a risolvere le incertezze che ancora avvolgevano l’epilogo della seconda repubblica. Più che uniti a favore di Mario Monti, i leader popolari europei si sono ritrovati compatti nel far fronte contro Berlusconi. Il “no” arrivato da Bruxelles è perentorio e senza appello e disegna uno scenario dove il primo livello è rappresentato proprio dal nuovo assetto politico italiano: pro o contro l’Europa.
Una configurazione che, di fatto, segna due perimetri: uno dove si collocano i partiti di centrosinistra e di centro, mentre nell’altro si trovano quelle forze antieuropeiste e populiste che il Ppe ha voluto isolare senza incertezze. L’Europa democratica non intende correre i rischi di derive incontrollabili e il messaggio è stato molto chiaro: la destra berlusconiana è fuori. Il campo all’interno del quale si devono giocare gli assetti politici futuri dell’Italia è iscritto nel DNA di quelle forze che parlano la stessa lingua degli altri Paesi europei. In altre parole, il nuovo governo potrà essere socialista (leggi PD e alleati) o popolare (leggi “nuovo centro”), ma forte è la pressione per escludere ogni ipotesi di collaborazione con la destra berlusconiana o con altre forze antieuropeiste. E se dalle urne non dovesse uscire una maggioranza politica autosufficiente, Mario Monti potrà rappresentare il trattino che unirà il centrosinistra e il centro per dare stabilità politica al Paese. Quale incarico e quale ruolo avrebbe potuto ricoprire dopo le elezioni sarebbe dipeso dagli esiti del voto. Nella conferenza stampa, questo concetto è stato ribadito tra le righe e fin qui, nulla di nuovo rispetto a quello che si era capito dal vertice di Bruxelles.
Nella seconda parte della conferenza stampa, però, Mario Monti cambia registro, pur mantenendo la sua consueta eleganza, ironia e pacatezza. La messa a fuoco si sposta sulle questioni politiche interne più attuali. Per Monti non c’è più da scegliere tra sinistra e destra, ma tra ciò che occorre fare per il Paese. E nel proporre la sua ricetta, offre “l’agenda Monti” come manifesto politico a tutti coloro che ne condividono gli indirizzi, manifestando la disponibilità ad assumere la leadership di un ampio schieramento che veda insieme moderati e (almeno un po’ di) progressisti. E, per chiarire la cifra di quest’alleanza, ne disegna i confini a destra ma anche a sinistra, con Vendola e la CGIL fuori da ogni influenza sul programma politico della prossima legislatura.
In buona sostanza, egli vede un possibile centro che richiami parti del Pd. Questo raggruppamento deve essere costruito subito, non a voto avvenuto. La proposta Monti è, quindi, un’alleanza politica e programmatica, da costruire intorno alla sua piattaforma, da sottoporre al giudizio degli italiani. E di questa alleanza potrebbe diventare candidato premier. Carte rimescolate, quindi, con un messaggio che indica come per Monti il centrosinistra così com’è uscito dalle primarie, non vada bene per il suo “centro-centrosinistra”.
Un Monti nuovo, quindi, che, tolti i panni da premier tecnico, indossa quelli da leader politico. Con un’idea chiara: per vincere il nuovo polo deve disarticolare l’alleanza di centrosinistra per dare vita a un nuovo contenitore politico, unito intorno alla sua agenda. Un nuovo contenitore dove potrebbe trovare spazio anche una parte della destra antiberlusconiana, stanca e ostile al suo leader. In questa prospettiva, anche se i continui richiami ad Alcide De Gasperi sono suggestivi, la “formula Monti” somiglia più al vecchio pentapartito che a quella “nuova politica“ a cui il Paese aspira.
Se, come probabile, la sua proposta non dovesse trovare adesioni significative nel centrosinistra, l’ex premier si troverà di fronte una serie di alternative. Potrebbe decidere di rimanere alla finestra, ritagliandosi il ruolo d’ispiratore di una nuova formazione politica liberal-popolare, oppure porsi direttamente alla guida di una formazione neocentrista competitiva con la coalizione guidata da Bersani. Ma anche nel ruolo si “capitano non giocatore” lo scenario politico può cambiare radicalmente. Sicuramente, il posizionamento di Udc, Fli e Montezemolo è destinato a radicalizzarsi. Il quadro politico è più chiaro ma anche più rischioso, proprio per le forze politiche europeiste.
Lo scacchiere che si prefigura è, infatti, diviso in due: un’area rappresentata da forze antieuropeiste, che raccoglie orientativamente il 39-40% dei consensi, in cui la competizione è tra la destra guidata da Berlusconi, la Lega Nord e il Movimento Cinque Stelle.
Sul lato opposto si trovano, invece, le forze europeiste, che raggruppano circa il 57-58% dei consensi e dove l’offerta politica è rappresentata da un centro guidato o ispirato a Mario Monti, un centrosinistra che ha come leader Pier Luigi Bersani (e chissà se in questo campo si possa includere anche una sinistra, tiepida ma non contraria all’Europa, che sta indossando i colori arancioni). La scelta di Monti, paradossalmente, può dividere le forze europeiste. E con l’attuale legge elettorale, rischia di aumentare il rischio d’instabilità politica in un Paese fragile e stanco. Se l’Italia avesse avuto un sistema elettorale a doppio turno, le forze politiche europeiste avrebbero vinto le elezioni e governato sicuramente il Paese. Con il “porcellum”, invece, il centrosinistra, pur maggioranza dal punto di vista dei consensi, potrebbe non tradurre la sua forza elettorale in maggioranza istituzionale.
D’altronde una nuova legge elettorale non è stata fatta e con la legge attuale l’incertezza sulla distribuzione dei seggi del Senato è molto alta. Queste valutazioni non possono essere trascurate da Mario Monti nel momento in cui assumerà la decisione finale.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 24 dicembre. Sfoglia l’indagine di Tecnè in pdf.

 

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