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Gli “ultimi” salvano la democrazia

di Carlo Buttaroni

La politica, nelle forme in cui la conosciamo, è questione recente nella storia dell’uomo. Fino alla nascita degli stati moderni si configurava prevalentemente su questioni che interessavano la difesa dei confini, la gestione dell’ordine pubblico, le relazioni tra chi deteneva il potere. Molti aspetti della vita quotidiana erano affidati a principi regolatori iscritti spesso su un piano teologico o filosofico. Oppure a quelli che, oggi, sarebbero definiti interessi “privati”.
Solo con l’epoca moderna comincia progressivamente ad affermarsi una politica che contempla grandi questioni pubbliche che riguardano le relazioni tra le classi sociali, i diritti civili, i temi dello sviluppo, edificando intorno ad essi apparati ideologici di riferimento per grandi masse di cittadini.
Un processo che ha il suo apice nelle ideologie e nei partiti di massa del Novecento e che entra in crisi, alla fine del secolo scorso, con il progressivo affermarsi di una società de-ideologizzata, senza rilievi e contorni di tipo sociologico, sfuggente a ogni sforzo interpretativo basato sui paradigmi precedenti. La crisi delle grandi teorie politiche che avevano ispirato la partecipazione per oltre mezzo secolo ha, oggi, il suo riflesso in una società dalle identità collettive rarefatte, caratterizzata da una convivenza a bassa intensità sociale e dal recedere delle forme legate alla tradizionale partecipazione politica delle fasce di popolazione socialmente più periferiche.
Per questo motivo, le riflessioni sul rapporto tra cittadini e politica sollevano, oggi più che mai, questioni relative alla natura e alla qualità della democrazia così come si è venuta configurando dalla seconda metà del Novecento in poi. I livelli attuali di partecipazione dei cittadini alla vita politica sono molto al di sotto degli standard descritti negli apparati normativi del diritto pubblico e nei principi iscritti nella stessa Costituzione. Non solo i giovani, ma i cittadini in generale, non partecipano come dovrebbero. C’è chi ritiene che tali livelli siano, in larga misura, fisiologici e analoghi in quasi tutte le democrazie contemporanee e difficilmente modificabili, almeno nel breve periodo. Ma c’è anche chi vede nel deficit di partecipazione di alcune fasce di popolazione la prova che le democrazie contemporanee sono inadeguate a governare la complessità della società di oggi, pur conservando margini ampiamente perfettibili che passano proprio attraverso la (ri)scoperta di nuove forme di partecipazione. La qualità della democrazia potrebbe, cioè, migliorare con un più esteso e intenso coinvolgimento dei cittadini, che tenga però conto delle diversità espressive della società attuale, che destruttura le vecchie architetture sociali, ma che, nel contempo, esprime a gran voce la voglia di partecipare per ricostruire la “cosa pubblica”.
Bisogna chiedersi, però, cosa significa realmente “partecipare”? E dove vanno collocati i confini tra l’ambito politico e le molte sfere del comportamento politico indiretto, che ha l’obiettivo di diffondere e affermare valori come “bene comune” e “solidarietà sociale”? Per molti, prendere parte alla vita di un’associazione (sociale, culturale, religiosa, o sindacale) equivale a vivere un’esperienza politicamente rilevante, mentre per altri il sentimento di estraneità e distanza dalla politica viene vissuto anche nell’atto più “classico” di partecipazione qual è il voto. La gamma delle modalità di partecipazione può comprendere attività individuali o di gruppo, attinenti alla sfera privata o a quella pubblica, in forme convenzionali e non, a tutela di interessi particolari o generali. Essa si associa comunque sempre alla consapevolezza di un gesto e di un’appartenenza collettiva, al perseguimento di un obiettivo e all’affermazione di un principio o di un valore universale.
Una maggiore partecipazione rende i cittadini più informati e competenti, dando voce ai valori e agli interessi di settori della popolazione magari non adeguatamente rappresentati, lasciando minor spazio all’azione dei gruppi di pressione portatori d’interessi particolari. E anche la sanzione sociale, come quella nei confronti delle degenerazioni che hanno segnato l’ultima stagione politica, ne uscirebbe in questo modo rafforzata.
Partecipazione come parola chiave della terza repubblica, quindi, perché dal rapporto tra cittadini, partiti e istituzioni dipende la qualità stessa e il futuro della democrazia.
Perché, allora, questo desiderio di entrare a far parte del cambiamento, coinvolge più attivamente alcune fasce sociali, mentre altre rimangono ai margini della vita politica della loro comunità? Da un lato, la presenza o assenza di caratteristiche socioeconomiche, facilita o inibisce il coinvolgimento dei cittadini nella sfera politica. Il grado di centralità o marginalità sociale è, infatti, un elemento determinante. Chi è istruito, ha un reddito medio-alto ed è inserito in una rete di rapporti, ha più facilità ad avvicinarsi alla sfera politica, mentre a scoraggiare i cittadini è spesso l’estraneità rispetto a una politica che vive lontano dalla loro quotidianità, aperta a forme di partecipazione che non producono effetti diretti sulla decisioni. L’apatia politica nasce, cioè, anche come effetto in chi, pur disposto a partecipare, ritiene che farlo non modificherebbe sostanzialmente né le decisioni che riguardano la società nel suo complesso, né le risposte ai suoi bisogni concreti. In sostanza, quindi, partecipa attivamente alla vita politica chi ha (o ritiene di avere) possibilità di incidere.
Per questo motivo, da tutte le analisi emerge con chiarezza una configurazione piramidale della partecipazione politica che corrisponde alla configurazione sociale, dove, partendo dal basso e salendo verso il vertice, sono coinvolte quote di popolazione progressivamente sempre minori. Al vertice di questa piramide c’è un nucleo piuttosto ridotto di cittadini che, alla luce di diversi indicatori di partecipazione, sono effettivamente e fortemente impegnati nella sfera politica. Subito al di sotto si trova una seconda e più ampia fascia di persone che costituisce quella che si può definire “l’opinione pubblica attenta”, meno coinvolta del vertice, ma che segue con attenzione i dibattiti sulle questioni politiche. Un terzo e quarto livello, ancora più ampio, è composto da quei cittadini socialmente marginali, che rappresentano settori della popolazione generalmente poco informati, scarsamente interessati e solo occasionalmente coinvolti nelle vicende della vita politica.
La sfida della società contemporanea è a questi due ultimi livelli e riguarda anche (e soprattutto) il futuro della democrazia. Una sfida che può vincere soltanto una politica capace di ricostituirsi in “agenzia di senso”, mobilitante anche per quella parte periferica della società, dalla voce inascoltata, che esprime un’ansia di riscatto, d’identità e di appartenenza a un futuro condiviso. Perché nella periferia sociale, anche se inespresso, o sottaciuto, o sussurrato, si sente comunque il bisogno di una politica che sappia farsi interprete dei bisogni dei cittadini più fragili, lontani da quel centro sociale cui la politica, negli ultimi anni, è sembrata interessarsi in maniera esclusiva.
In passato, la presenza di reti politiche territoriali, costituivano agenti di mobilitazione capaci di fornire occasioni di partecipazione anche a quelle fasce di popolazione meno portate a essere coinvolte. Oggi queste reti non ci sono più o sono notevolmente indebolite, ma la chiave delle prossime elezioni sarà legata proprio alla partecipazione di quei cittadini che sono scivolati ai margini della politica perché questa non è stata più in grado di rappresentarne i bisogni. D’altronde, un’organizzazione sociale piramidale e una politica orientata esclusivamente su quella parte di popolazione che si colloca ai vertici della società, inevitabilmente tende a ridurre i livelli di partecipazione, mentre, al contrario, una rinnovata attenzione alle fasce di popolazione marginalizzate, permetterebbe di allargare il perimetro politico. Ed è su questa capacità d’inclusione e di coinvolgimento che si gioca il futuro della democrazia.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 31 dicembre. Sfoglia l’indagine Tecnè in pdf.

 

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