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Intanto in Siria si continua a morire

di Mirko Spadoni

Nessuno fa niente per porre fine a quanto sta accadendo in Siria. Eppure, non c’è giorno che passi senza che civili, soldati fedeli al regime e ribelli perdano la vita per le strade delle cittadine siriane.
Da quando è iniziata la rivolta, nel marzo del 2011, sono morte, secondo le stime dell’Onu, ben 60.000 persone. Tutto questo non è però bastato a convincere le Nazioni Unite ad intervenire materialmente. L’unica iniziativa concreta è stata l’istituzione nel novembre del 2011 di una Commissione indipendente di inchiesta. Troppo poco, se si pensa che in Siria la popolazione civile sta subendo, quando non perde la vita, crimini atroci.
Arresti arbitrari, esecuzioni sommarie, sparizioni forzate, violenze sessuali, torture e violazioni varie. Un inferno vero e proprio, descritto anche nei rapporti delle diverse organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Human Rights Watch. Tuttavia nessuno interviene e allora il presidente siriano Bashar al Assad, contro il quale è in atto la rivolta, ma anche i ribelli sono liberi di agire “impunemente”, di commettere qualunque crimine.
Solo nella giornata di martedì nei pressi di Homs sono stati uccisi oltre 100 civili e la colpa, ha denunciato l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, sarebbe dell’esercito.
Mercoledì, invece, una doppia esplosione nell’Università di Aleppo ha causato la morte di 87 persone e il ferimento di altre 160. Tutti studenti e forse anche qualche rifugiato, ospitato nel campus a causa del conflitto. Questa volta, però, non è chiaro chi sia stato l’autore dell’attentato: esercito e ribelli si scaricano le colpe a vicenda. Solo la Russia è convinta che Assad non sia il responsabile della strage.
Queste sono solo alcune delle notizie provenienti dalla Siria, le più recenti. Ma date le circostanze, nei prossimi giorni verremo ancora a conoscenza di altre stragi e di altre vittime. E questa sembra essere una situazione destinata ad andare avanti per molto tempo, almeno fino a quando non verrà contemplato alcun tipo di intervento.
Nel frattempo, la Svizzera ed altri 56 Paesi, tra cui l’Italia, hanno sottoscritto una lettera con la quale si chiede alla presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di adottare una risoluzione che deferisca la questione dei crimini commessi in Siria al Procuratore dell’Aia.
Il motivo è semplice, una risoluzione di questo genere permetterà alla Corte penale internazionale di avere competenza sui presunti crimini commessi in terra siriana.
Il Procuratore della Corte, infatti, non può avviare un’indagine sui crimini commessi in Siria, in quanto la giurisdizione della Corte è limitata ai crimini commessi sul territorio o da parte di cittadini di quegli Stati che hanno volontariamente ratificato lo Statuto di Roma e la Siria, come è possibile intuire, non è tra questi Paesi.
Tuttavia, stando a quanto stabilito dallo Statuto di Roma, il Consiglio di Sicurezza ha la possibilità di “attivare” la giurisdizione della Corte in merito a una particolare situazione, a prescindere dal luogo dove sono stati commessi i presunti crimini o dalla nazionalità dei presunti responsabili.
Forse non sarà sufficiente e alcuni Stati membri come Russia e Cina continueranno a difendere Assad.
Intanto, in Siria, si continua a morire. Soldati, ribelli o civili non fa differenza.

 

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