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Gli indicatori del mercato del lavoro

Il rapporto annuale dell’Istat, Noi Italia, è sì un ottimo strumento per comprendere meglio le dinamiche socio-economiche del Paese, ma allo stesso tempo per metterle a confronto con il resto dell’Europa. Consideriamo il mercato del lavoro, tra i temi “caldi” dell’attuale agenda politica. L’Istat ci informa che “nel 2011 in Italia è occupato il 61,2 per cento della popolazione nella fascia di età 20-64 anni, solo un decimo di punto in più rispetto al 2010 (le donne occupate sono il 49,9 per cento, gli uomini il 72,6 per cento); il tasso di occupazione della popolazione in età 55-64 anni nel 2011 è pari al 37,9 per cento, in aumento rispetto al 2010; il 13,4 per cento dei dipendenti ha un contratto a termine, valore poco inferiore alla media europea; il tasso di inattività della popolazione tra i 15 e 64 anni non subisce variazioni rispetto al 2010, attestandosi al 37,8 per cento, valore tra i più elevati d’Europa; nel 2011 il tasso di disoccupazione resta invariato rispetto all’anno precedente (8,4 per cento) e inferiore a quello dell’Ue27 (pari al 9,7 per cento)”. Dati che già a suo tempo non mancammo di riportare fedelmente su queste pagine. Ma come viene spiegato all’interno del rapporto, una lettura più aperta di questi numeri favorirebbe una maggiore consapevolezza, al di là di ciò che avviene nel proprio orticello. “Gli indicatori del mercato del lavoro – ci viene dunque ricordato – permettono di misurare fenomeni importanti come lo stato occupazionale della popolazione attiva di un paese e, dunque, la partecipazione alla produzione di reddito. Da queste misure si possono trarre indicazioni sulle tendenze di crescita economica delle differenti aree dell’Ue, strumenti necessari per predisporre corrette politiche di intervento”. Che in campagna elettorale, peraltro, possono tornare comode.
Prendiamo tre indicatori di riferimento: il tasso di occupazione dei 20-64enni; il tasso di inattività; il tasso di disoccupazione. Cosa scopriamo?
Intanto che il primo indicatore è previsto dalla Strategia Europa 2020 per lo sviluppo e l’occupazione. “L’indicatore – spiega l’Istat – è rivolto a valutare la capacità di utilizzo delle risorse umane disponibili e rappresenta quindi una misura della forza strutturale di un sistema economico. L’obiettivo fissato dall’Unione europea prevede nel 2020 una quota di popolazione occupata tra 20 e 64 anni pari al 75,0 per cento. Nel 2011 il valore dell’indicatore in Italia (61,2 per cento) è di quasi 14 punti percentuali inferiore a questo traguardo e presenta uno squilibrio di genere molto forte (72,6 per cento per gli uomini e appena il 49,9 per cento per le donne). Peraltro, l’incremento di un decimo di punto dell’indicatore rispetto all’anno precedente è apprezzabile unicamente nella componente femminile”. In questo ambito, viene poi sottolineato, “cinque paesi (Svezia, Paesi Bassi, Germania, Danimarca e Austria) hanno già raggiunto e superato l’obiettivo stabilito per il 2020; ma sono ancora 16 i paesi con valori dell’indicatore inferiori al 70 per cento, tra cui l’Italia. Nella graduatoria europea, solamente Ungheria e Grecia presentano tassi di occupazione inferiori al nostro Paese”.

“Il tasso di inattività – passiamo così alla seconda voce presa in considerazione – rappresenta un indicatore particolarmente importante per quei paesi, come l’Italia, caratterizzati da un tasso di disoccupazione relativamente contenuto e, al contempo, da una bassa partecipazione al mercato del lavoro. Il tasso di inattività italiano nel 2011 non subisce variazioni rispetto all’anno precedente, attestandosi al 37,8 per cento. Tale risultato è la sintesi di un livello di inattività maschile pari al 26,9 per cento e di un tasso femminile particolarmente elevato (48,5 per cento). Rispetto al 2010, il tasso di inattività maschile segnala un incremento di due decimi di punto, mentre quello femminile registra una flessione di quattro decimi. Se si esamina l’andamento dell’ultima decade, emerge che l’indicatore raggiunge i livelli più elevati nell’ultimo triennio. Nel periodo considerato il tasso maschile è cresciuto quasi due punti percentuali, mentre la componente femminile ha ridotto il suo elevato valore solo di otto decimi di punto”. Nel contesto europeo, “l’indicatore tocca il valore minimo in Svezia (19,8 per cento), mentre raggiunge quello più elevato a Malta (38,4 per cento). L’Italia presenta un livello di inattività ragguardevole, secondo nella graduatoria europea dopo quello di Malta. In tutti i paesi dell’Unione i tassi di inattività degli uomini (22,4 per cento nella media comunitaria) risultano inferiori a quelli delle donne (35,1 per cento)”.

Il tasso di disoccupazione che ha raggiunto livelli record, soprattutto tra i 15-24enni, nel 2011 (8,4 per cento) è inferiore a quello della media Ue (9,7 per cento), con un differenziale che nel corso dell’anno si è lievemente ampliato a favore del nostro Paese. “Il tasso di disoccupazione degli uomini italiani – osserva l’Istat – resta ben distante da quello della media europea: 7,6 contro 9,6 per cento. Peraltro, all’interno dell’Unione, l’indicatore maschile varia dal 3,9 per cento del Lussemburgo al 21,2 per cento della Spagna. Il tasso di disoccupazione femminile italiano si è portato appena due decimi al di sotto di quello dell’Ue (9,8 per cento)”.
“Se da un lato le donne italiane sono ancora svantaggiate rispetto a quelle di molti paesi del Nord Europa – precisa in seguito l’Istituto nazionale di statistica –, dall’altro all’interno dell’area mediterranea la situazione italiana appare migliore rispetto non solo a quella delle greche e delle spagnole, ma anche a quella delle francesi.
Il tasso di disoccupazione Ue 2011 per uomini e donne risulta sostanzialmente identico, ricalcando la situazione creatasi nel 2010. Tale equilibrio, tuttavia, è sintesi di situazioni molto diversificate: da un lato ci sono paesi come le repubbliche del Baltico e l’Irlanda in cui si osserva un differenziale consistente (cinque punti percentuali o oltre) a favore delle donne; dall’altro paesi come Italia, Repubblica Ceca e soprattutto Grecia in cui si osserva la situazione inversa, con differenziali a favore degli uomini compresi tra i due e oltre sei punti percentuali”.

 

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