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Le rivoluzioni si affermano dentro ciascuno di noi

Pubblichiamo di seguito l'intervento del presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara, durante la presentazione del Rapporto Italia, giunto alla 25esima edizione

Il Paese è completamente ripiegato sul suo presente. Si è operato affidandosi al giorno per giorno, con risposte parziali, spesso improvvisate, con misure utili al massimo a tamponare qualche falla. Il nostro ormai è un Paese prigioniero del suo presente e il “presentismo” è diventato la nostra filosofia di vita.
Sono anni che l’Eurispes cerca di richiamare l’attenzione sui diversi problemi, sulle urgenze, sulle fragilità strutturali del Paese ed insieme sulle attese, sulle aspirazioni e sui bisogni che il corpo sociale andava via via segnalando.
L’Italia è al centro di una crisi insieme politica, economica e sociale, ed è costretta a fare i conti con le proprie contraddizioni, con i propri ritardi, il proprio endemico conservatorismo. Ma la nostra è una emergenza innanzi tutto etica. Ci eravamo illusi che la crisi altro non fosse che una condizione passeggera invece siamo di fronte ad un doloroso e veloce declino che non è più una tesi, ma un dato di fatto.
L’Istituzione, strumento virtuoso del patto sociale, è cresciuta fuori di ogni controllo in pervasività e numerosità. Si è autoalimentata erodendo gli spazi della società civile, svuotando di ruolo i corpi intermedi, burocratizzando ogni possibile istanza o iniziativa.
Anche – e soprattutto – per questo, siamo di fronte ad una insoddisfazione che non ha precedenti nella storia recente italiana. Per la prima volta, dopo la sfiducia che gli italiani manifestano nei confronti del governo, del Parlamento e dei partiti, crollano gli indici di fiducia anche nella presidenza della Repubblica. Un dato preoccupante, che contribuisce ad aumentare la già profonda distanza tra i cittadini e le Istituzioni italiane. L’aver delegato ad un governo tecnico la guida del Paese non ha prodotto risultati positivi né per il presidente della Repubblica che ha ispirato e gestito l’operazione, né per il Parlamento e i partiti ai quali probabilmente viene imputata una fuga dalle responsabilità di fronte alla crisi.
Una pressione fiscale insopportabile e iniqua, la disoccupazione alle stelle, la perdita del potere d’acquisto, i ceti medi sulla via della proletarizzazione, l’aumento della povertà e del disagio, la precarietà globale di un’intera generazione rappresentano solo alcune delle emergenze.

Il nostro futuro doveva essere l’Europa. Con l’introduzione dell’euro ci accorgemmo immediatamente che la moneta era sì la stessa, ma che le economie erano diverse. Improvvisamente eravamo diventati i nuovi poveri dell’Europa, che aveva ufficializzato di avere anch’essa, e non solo geograficamente, il suo Sud: noi. Poi è arrivato lo spread ci siamo resi conto di portare in tasca una moneta senza Stato e senza una banca centrale di riferimento, e che per averla avevamo ceduto giorno per giorno, silenziosamente, porzioni importanti della nostra sovranità.
Di fronte all’inadeguatezza della politica nel gestire la crisi e con la caduta del governo Berlusconi, invece di portare rapidamente il Paese alle elezioni ci è stato regalato un governo tecnico che ha fatto, con il sostegno dei partiti, ciò che questi ultimi da soli non avevano il coraggio di fare, una ferrea politica di austerità. Tutto nel nome dell’Europa con la direzione di Bruxelles e, soprattutto, di Berlino.
Lo spread e la direzione d’orchestra tedesca stanno deprimendo l’economia continentale e quella italiana in particolare e i contraccolpi cominciano a farsi sentire anche in Germania, visto che la produzione tedesca deve molto al mercato interno europeo e a quello italiano in particolare, considerata la nostra esterofilia.
Ci siamo consegnati all’utopia degli Stati Uniti d’Europa, convinti di costruire l’Europa dei popoli, una nuova grande entità politica ed economica e non possiamo accettare la possibilità che questa si riduca ad essere l’Europa della finanza, dei banchieri, dell’euro e di una burocrazia totalmente autoreferenziale, grigia e impersonale. Il problema, forse al momento sottovalutato, è che non si può costruire una federazione di Stati, una unità politica e amministrativa attraverso decisioni di vertice, senza mettere in discussione i fondamentali della democrazia. È proprio su questi temi che si giocherà il futuro del sogno.

Per far quadrare i conti abbiamo sottoposto il Paese e gli italiani ad un salasso senza precedenti; “tagliare” è diventata l’unica parola d’ordine anche se secondo noi sarebbe più corretto e opportuno parlare di “riqualificazione della spesa”. Sperperare è esecrabile, ma essere costretti a sostare per giorni e giorni in un corridoio d’ospedale adagiati su una barella in attesa di un posto letto, non è degno di un paese civile.
Il dibattito corrente è dominato dal tema dell’impoverimento del Paese, che è figlio naturale del declino italiano. Ma la ricchezza di una popolazione è fatta di due grandezze: una è il fondo, lo stock, di ricchezza; l’altra, è il flusso di nuova ricchezza. L’impoverimento italiano sta nel combinato disposto tra i movimenti opposti e fuori sincronia di queste due forme di ricchezza. Il nostro Paese conserva lo stock di ricchezza e lo impiega in forme che non creano sviluppo, ma contribuiscono a portare nuove risorse e ad autoalimentare lo stock di ricchezza, deprimendo sempre più crescita e sviluppo.
Per sbloccare il Paese occorre una nuova ingegneria di produzione della ricchezza che, faccia leva sulle imprese più dinamiche (le medie e le start-up soprattutto), che favorisca, anche attraverso la messa a punto di misure fiscali di favore, il trasferimento patrimoniale inter-generazionale, che ridisegni le direttrici di allocazione della spesa pubblica. Così come occorre una seria politica di redistribuzione della ricchezza insieme alla soluzione dei problemi che ci affliggono da sempre: burocrazia, giustizia, ricerca, istruzione e formazione, infrastrutture solo per segnalare alcune emergenze.

Questo a nostro parere sarebbe il modo migliore per cominciare ad abbattere le cause profonde della disoccupazione e dell’impoverimento nazionale.
L’Italia, nonostante le sue gravi difficoltà, ha le risorse umane, culturali ed economiche per uscire dalla crisi. Si tratta semplicemente, elementarmente, di superare la subcultura del “presentismo”.
Quello che servirebbe è una classe dirigente all’altezza delle sfide che il Paese ha di fronte. Ma da solo, l’impegno della classe dirigente non è sufficiente. Per il cambiamento sono indispensabili l’impegno e la partecipazione dei cittadini. Di tutti i cittadini. Perché, come sappiamo, le rivoluzioni nascono e si affermano prima di tutto “in interiore homine”. Dentro ciascuno di noi.

Gian Maria Fara – Presidente Eurispes (fonte: eurispes.eu)

 

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