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Il potere delle classi deboli

di Carlo Buttaroni

Le prossime elezioni segneranno un passaggio storico della nostra Repubblica. Sicuramente sono le più mediatiche e new-mediatiche. Elezioni 2.0, si dice. Ma la “modernità” e le tecnologie al servizio del consenso stanno facendo perdere di vista un aspetto cruciale: il peso della componente sociale negli esiti elettorali. Studiosi come Ballarino, Schadee e Vezzoni, ricordano come “l’associazione tra classe e voto in Italia non è affatto sparita, né sta sparendo. Il concetto di classe conta, a dispetto delle mode intellettuali che lo vogliono defunto e inutilizzabile”. I cambiamenti, semmai, sono stati nella composizione delle classi stesse. Vent’anni di globalizzazione, infatti, hanno modificato questo agglomerato inizialmente composto prevalentemente da operai, a cui si sono aggiunti progressivamente gli impiegati e i lavoratori del settore terziario. Gruppi accomunati da bassi salari e assediati da una crescente precarietà. E non è un caso, se proprio in questi paesaggi sociali, tendono ad affermarsi i partiti populisti. Anche negli ultimi anni in paesi grandi come gli Stati Uniti o la Francia, la nuova middle class proletarizzata è risultata determinante nel risultato elettorale. Su Obama, ad esempio, sono confluiti i voti dei lavoratori, della classe media, degli operai del settore dell’auto salvata dall’intervento pubblico. “Obama si è schierato con i lavoratori quando ne avevamo bisogno”, aveva ricordato il leader del sindacato dei metalmeccanici invitando al voto i propri iscritti. Spesso dimenticata, talvolta data per estinta, la classe operaia si è riaffacciata quindi anche sulla scena politica americana. E il voto dei “colletti blu” è stato determinante per Obama proprio negli Stati-chiave, come l’Ohio dove hanno sede stabilimenti Chrysler e molte aziende dell’indotto. Il tasso di disoccupazione è diminuito negli Usa, in un anno, di oltre un punto e mezzo e la crescita viaggia più velocemente che altrove. Ma proprio qui, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, la crisi dell’industria manifatturiera, e il calo del peso delle organizzazioni sindacali, determinarono il progressivo distacco dei lavoratori dal Partito Democratico americano. Ai leader democratici veniva rimproverato di occuparsi solo di minoranze etniche e di soggetti assistiti dal welfare. Obama ha cercato di ricomporre la frattura all’interno della middle class americana, consapevole che tra i lavoratori travolti dalla crisi si giocava la vittoria su Romnie. Un processo di avvicinamento iniziato già nella campagna elettorale del 2008, quando, nel celebre discorso di Filadelfia, il Presidente ricordò che “il vero problema non è che qualcuno con una pelle diversa possa rubarti il lavoro, ma che a rubartelo sia l’azienda per cui lavori, per trasferirlo all’estero e aumentare il profitto”.
Anche in Francia il voto dei lavoratori è stato determinante. François Hollande e Nicolas Sarkozy aprirono il duello delle presidenziali con un inedito confronto proprio sulle classi medie e popolari accusandosi a vicenda di non volerle tutelare. Nel 2007 proprio Sarkozy aveva vinto grazie al voto di operai e impiegati, con la promessa di un aumento del potere d’acquisto e di far “lavorare di più per guadagnare di più”. Cinque anni dopo è stato il divorzio da quelle fasce ad aprire ad Hollande le porte dell’Eliseo.
Secondo Christophe Guilluy, l’organizzazione sociale del XXI secolo nei Paesi più avanzati rappresenta la sconfitta delle classi popolari. Perché le classi dominanti riescono ad erigere barriere culturali in loro difesa, mentre i più deboli non ci riescono e chiedono che lo faccia lo Stato. La stessa prospettiva del multiculturalismo è diversa se si guadagnano 800 o 10 mila euro al mese. Per vincere la sfida presidenziale François Hollande è riuscito a parlare a coloro che rischiano di scivolare nella periferia sociale, promettendo di ridurre le distanze. Non ha conquistato tutti i voti, ma ha recuperato quel tanto che è bastato per riportare un socialista alla presidenza.
In Italia si confonde la “fine del voto di classe” con quello che, in realtà, è il declino della capacità di mobilitazione dei partiti. Ma intanto intanto la condizione sociale pesa negli orientamenti elettorali, eccome se pesa. Per molti versi il “voto di classe” si è persino rafforzato a partire dagli anni Novanta. La sociologia del voto 2008 evidenzia differenze profonde nel comportamento elettorale. Il tasso di astensionismo, per esempio, è molto più elevato tra i disoccupati e, quanti di questi sono andati a votare, si sono espressi decisamente a favore del centrodestra. Anche tra i lavoratori autonomi e gli imprenditori l’orientamento a destra è più alto della media, mentre i lavoratori precari, nelle passate elezioni, hanno prevalentemente scelto il Pd. Sicuramente chi è istruito, chi ha un reddito medio-alto ed è inserito in una rete di rapporti, ha più facilità ad avvicinarsi alla sfera politica. Mentre invece a scoraggiare i cittadini è l’estraneità maturata nella loro vita quotidiana e l’esperienza di una politica spesso impotente nelle cose che contano di più. Partecipa attivamente alla vita politica chi ha (o ritiene di avere) possibilità di incidere. Per questo motivo, da tutte le analisi emerge con chiarezza una configurazione piramidale della partecipazione politica che corrisponde alla configurazione sociale, dove, partendo dal basso e salendo verso il vertice, sono coinvolte quote di popolazione progressivamente sempre minori. Al vertice di questa piramide c’è un nucleo piuttosto ridotto di cittadini fortemente impegnati nella sfera politica. Subito al di sotto, si trova una seconda e più ampia fascia di persone che costituisce quella che si può definire “l’opinione pubblica attenta”, meno coinvolta del vertice, ma che segue comunque con attenzione il dibattito politico. Un terzo e quarto livello, più ampi, sono composti dai gruppi socialmente più deboli, quando non marginali, che rappresentano settori della popolazione generalmente poco informati, scarsamente interessati e solo occasionalmente coinvolti. In passato, le reti politiche territoriali costituivano agenti di mobilitazione capaci di fornire occasioni di partecipazione anche alle fasce più popolari. Oggi queste reti si sono notevolmente indebolite. Eppure la componente “sociale” è ancora più importante che in passato nel determinare l’esito del voto. Perché la crisi economica ha fatto scivolare ai margini della società pezzi importanti del ceto medio: e soprattutto chi propone un cambiamento politico ha bisogno di una relazione forte con quei cittadini.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 4 febbraio. Sfoglia in pdf l’indagine Tecnè Le elezioni nell’epoca della crisi del lavoro

 

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