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Parliamo di ingovernabilità, allora

di Fabio Germani

Poiché ora è l’ingovernabilità il problema, parliamo di ingovernabilità. In qualche misura lo scenario che si è delineato, e sui cui vige un evidente alone di incertezza, l’ingovernabilità appunto, è responsabilità dei principali attori che hanno condotto l’ultima campagna elettorale.
Quello che sarebbe dovuto essere un opportuno momento di riflessione collettiva (opportuno, sì: l’Italia presenta ritardi strutturali non più trascurabili, la disoccupazione è in aumento costante ma in compenso occupiamo le ultime posizioni per tutele e diritti, non siamo mai stati in grado di formulare innovazioni strategiche senza per questo dover compiere piroette o salti mortali) si è rivelato piuttosto uno scontro tra fazioni talvolta caciarone e troppo riottose.
I temi caldi della campagna elettorale sono stati, in ordine sparso, i curricula gonfiati qua e là per farsi belli, i cani di Berlusconi e Monti e le tasse nella loro accezione più negativa (ammesso che ne esista una positiva, ovviamente). Le promesse di Berlusconi (la restituzione dell’Imu su tutte) e quelle di Monti (che le tasse le avrebbe abbassate dopo però avere incrementato la pressione fiscale raggiungendo livelli record, e chi va a votare non dimentica) hanno catalizzato l’attenzione sull’operato del recente passato (tecnico) mentre il professore, da par suo, non è riuscito a sfilarsi dal pantano (politico), creatosi peraltro a seguito di un sostegno forzato da parte dei due principali contendenti.
Ciò che hanno sbagliato i leader, per farla breve, è stato condurre una battaglia sul piano dello scontro personale (“io sono meglio di lui”) evitando accuratamente di proporre piani programmatici a portata di elettore. Campione è senza dubbio Beppe Grillo che da tempo prepara la propria escalation culminata in un anno solare circa con l’elezione di Pizzarotti a Parma, il boom in Sicilia (ma “un modello Crocetta” non sarà facilmente replicabile in Parlamento) e il primato (come partito) alla Camera. Tutti farabutti, tutti a casa: tanti voti.
C’è chi ha tentato di spiegare che il Paese è in crisi profonda, ma senza successo. La comunicazione di Bersani – sostengono gli esperti – è risultata troppo scialba e priva di quel sentimentalismo che colpisce la pancia degli elettori. Per di più il segretario del Pd paga quella che di fatto è stata una sconfitta per eccesso di sincerità (“non promettiamo miracoli”, in soldoni). E alla fine della fiera ricorderemo soltanto quell’astruso slogan secondo cui andava smacchiato il giaguaro. Roba che neppure su National Geographic capita di ascoltare con la medesima frequenza. E gli indecisi, così facendo, tali restano fino all’ultimo.
Se tutto si basa sullo scontro – morale, per carità – tra avversari, è lapalissiano che il voto verrà distribuito per segmenti e che nessuno otterrà una larga maggioranza. Se oggi il Paese è ingovernabile è anche per responsabilità loro (non è tutta colpa della legge elettorale, che pure in un’intera legislatura avrebbero potuto modificare), ovvero di chi non ha spiegato agli italiani cosa è opportuno fare per risalire la china convincendoli della bontà delle intenzioni. Opportuno, sì. Che quasi mai fa rima con conveniente.    

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