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La rivoluzione dell’eterna giovinezza della Chiesa

di Antonio Caputo

vaticanoLa sorpresa per l’elezione di Bergoglio nasce dalla sua età (76 anni compiuti a dicembre): un Conclave eccezionalmente convocato, non per morte ma per rinuncia del Papa “a causa del venir meno delle forze”, avrebbe fatto pensare ad un giovane, ma così non è stato.
Già dal nome pontificale e dai primi gesti si intravede la svolta che si preannuncia nel governo della Chiesa. Cosa colpisce del nuovo inizio? Anzitutto la rapidità dell’elezione, come ormai accade da un po’ di Conclavi, segno di un adeguamento alla rapidità della “società della comunicazione” in cui viviamo, ma anche di una risposta forte ed immediata ai problemi; poi il riferimento al “Poverello d’Assisi” (Francesco e non, come erroneamente hanno riportato alcuni media, Francesco I: l’ordinale si usa solo dal secondo in poi), segno di una volontà di recupero delle radici evangeliche; l’essersi più volte presentato come “Vescovo di Roma” senza usare la parola “Papa” (preludio ad una svolta collegiale? Io, Vescovo di Roma, mi relaziono con gli altri Vescovi); l’omaggio al Papa emerito; la semplicità nel linguaggio; la richiesta della preghiera al popolo per il suo Pastore (lo fece anche Ratzinger otto anni fa); l’aver iniziato con una preghiera: la recita di un Pater – Ave – Gloria; infine, l’accenno alla lontananza geografica. Su quest’ultimo punto, si potrebbe dare una chiave di lettura suggestiva: e se le sue parole (“Il Vescovo di Roma, preso quasi alla fine del mondo”) non fossero solo geografiche ma anche temporali? Ho scritto, qualche giorno fa, a proposito del Conclave, di alcune profezie, e, considerando che il Papa, ogni Papa, è, anche nelle parole che pronuncia, profetico, quel “quasi alla fine del mondo” mi ha riportato alla mente i segreti di Medjugorie, o “l’ultima venuta” di Cristo, nel messaggio sulla Misericordia.
E’ stato già definito “il Papa dei poveri”, e certamente il suo insegnamento, nella Diocesi di Buenos Aires, è stato dalla parte dei poveri; ma si può definire questa una novità, nella Chiesa? Senz’altro lo sarà, nella “cura dimagrante” che imporrà alla Curia, su cui già Ratzinger aveva impostato la sua azione di riforme, ma se guardiamo ai predecessori del nuovo Papa, l’attenzione agli “ultimi” non è affatto nuova. In una delle sue ultime omelie, Benedetto XVI aveva tuonato contro “le storture del sistema capitalistico”, pochi mesi dopo il suo discorso sullo “spread sociale”; del resto, la denuncia della “logica del profitto” che sfrutta la dignità dell’uomo e deturpa l’ambiente era un tratto comune del “Papa verde” Benedetto XVI e del suo predecessore (come ricorda Bruno Vespa, che di Pontefici ne ha seguiti parecchi, “Giovanni Paolo II, un minuto dopo la caduta dei sistemi comunisti dell’Est europeo, cui si dedicò con tutte le sue energie nella prima parte del suo pontificato, cominciò a picconare il sistema capitalistico occidentale, basato sul consumismo”). Non è un caso se, sui temi etici con i Democratici, sulla guerra con i Repubblicani, e sulle diseguaglianze nel mondo con quelli di entrambi i partiti, i rapporti tra Wojtyla e tutti i presidenti americani succedutisi durante il suo pontificato, siano stati spesso tesi. E come dimenticare la “Populorum Progressio” di Paolo VI il quale andò a celebrare la Messa di Natale nell’acciaieria di Taranto, con una toccante omelia sul rapporto della Chiesa col mondo operaio?
Novità nella continuità, come sempre, nella Chiesa, in quella che Monsignor Bruno Forte sul Sole 24 Ore ha definito “eterna giovinezza della Chiesa”. Con Papa Francesco, il vento dello Spirito Santo, un vento di rinnovamento che i “polmoni di Dio”, Wojtyla e Ratzinger avevano soffiato, spazzerà via le incrostazioni che hanno appesantito l’azione della Chiesa, in quest’ultimo scorcio della sua storia. Ma quest’elezione storica, e questo storico nome, non ci sarebbero mai stati senza quanto seminato, nella sua azione, dalle riforme al gesto epocale della rinuncia, da Benedetto XVI. Un gesto rivoluzionario, quello del no al potere, e dell’intendere la carica ricoperta come servizio, da parte di un uomo, a torto bollato come conservatore (lo è stato senz’altro sull’etica – e non può essere altrimenti a meno di non stravolgere le Scritture – ma non certo sui temi economico-sociali, sull’ambiente, e sulle riforme, dalla pedofilia alla trasparenza finanziaria, al governo della Curia).
Il pontificato del teologo bavarese è stato come un seme, che prelude all’attuale pontificato, così come non ci sarebbe potuto essere un Giovanni Paolo II, senza Giovanni Paolo I.
In ciascuno di questi pontificati, mi torna alla mente un tratto di Cristo: Papa Luciani, appunto, come “seme che morendo produce molto frutto”; Giovanni Paolo II, amante della montagna, come il Cristo, dapprima del Discorso delle Beatitudini, e poi come “Vangelo della Sofferenza”; Benedetto XVI come il Cristo che non indietreggia sulla Dottrina, dinanzi all’ostilità dei potenti (i farisei ieri, i leader politici ed i media oggi) e dello stesso popolo, e che richiama l’episodio del Vangelo secondo Giovanni, dopo il discorso sull’Eucaristia: “Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?”; e alla risposta di Cristo, seguita dall’abbandono di molti discepoli, mentre gli Apostoli fanno presente come molti se ne siano andati, quasi a voler chiedere a Gesù di indorare la pillola, se no la gente se ne va, è ancora Cristo a replicare “Volete andarvene anche voi?” (della serie: è così, punto; potete andarvene se non vi va, posso proseguire anche rimanendo da solo; cosa che sarebbe accaduta sotto la Croce, quando solo poche donne e San Giovanni – unico tra gli Apostoli – rimasero fedeli), provocando la bellissima risposta di Pietro, “Da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.
Il papato appena iniziato si preannuncia come quello della solidarietà verso i poveri, Vangelo alla mano: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere…”; “Quando Signore?”; “Ogni volta che avete fatto una di queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me”.
Molto, molto difficile, invece, prevedere svolte sui temi etici: da Arcivescovo di Buenos Aires è stato uno strenuo oppositore dei progetti di legge della “Presidenta” Cristina Kirchner, su aborto e matrimoni gay, bollati come “la pretesa dell’uomo, ingannato dall’invidia del diavolo, di distruggere il disegno di Dio”. Più chiaro di così…

 

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