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La crisi sociale che genera solitudine

di Carlo Buttaroni

solitudineL’Italia affronta la più acuta e lunga crisi della sua storia. Una crisi che non si esaurisce nell’indebitamento pubblico, né si misura soltanto negli indici di povertà, nei tassi di disoccupazione o nella crescente precarietà. Essa riveste un carattere politico nel senso più profondo del termine, soprattutto nel momento in cui intacca aspetti sostanziali del nostro agire quotidiano e si traduce nel proliferare di sentimenti d’incertezza, d’insicurezza, di frustrazione, se non addirittura di risentimento per i diritti perduti. E’ una crisi di fiducia nel futuro. Come una sorta di virus inafferrabile, la paura del futuro s’incunea in ogni angolo della vita sociale e ne invade il paesaggio. Questo clima generale di disillusione è un segnale d’allarme pericoloso, quanto lo spread e i conti pubblici, perché la dose di fiducia di una comunità rappresenta un fattore decisivo ai fini del benessere e delle possibilità di crescita del Paese. E’ la chiave di volta della sua coesione sociale, e incide persino della sua moralità pubblica. Ma chi è il nemico da combattere? Viviamo un’epoca delle “passioni tristi” e siamo in una fase in cui la ricerca di senso è più difficile. Forse è proprio questo il nocciolo della nostra vera sofferenza. E anche il pericolo maggiore, che rende gli effetti dello stress da crisi tra i più pericolosi e più difficili da gestire.
Quando c’è una guerra, il dramma che colpisce direttamente la collettività. C’è un obiettivo comune contro cui scatenare rabbia ed energie. E questo aiuta, seppur nella tragedia, a ricreare l’istinto di solidarietà, a riscoprire i valori e gli ideali. Oggi, invece, nel nostro Paese siamo passati dall’illusione del dominio sul futuro attraverso la tecnica, al crollo di questo “mito” che ha portato all’incertezza, all’insicurezza, a un peggioramento delle condizioni di vita e un conseguente incremento dei fenomeni di depressione. Ed ecco che la conseguente fragilità sociale produce disperazione. E’ il caso dei coniugi suicidi (insieme al fratello di lei) di Civitanova Marche.
Bisogna chiedersi cosa alimenta un atto di distruttività assolutamente disperato. Come ci ricorda Bauman, tutti noi ci sentiamo in un costante stato di ansia, che condiziona la qualità di vita. La quotidianità dell’uomo post-moderno è tristemente caratterizzata da un senso d’instabilità. Non solo in questo periodo di grave crisi, quindi e non solo in Italia. Altri paesi, infatti, hanno vissuto in passato episodi in cui lo stress e il disagio sociale hanno portato a gesti e conseguenze estreme. Il 27 ottobre 2005 in Francia a Clichy–sous–Bois, nel Dipartimento Seine–Saint–Denis, tre adolescenti, credendo di essere inseguiti dalla polizia, si nascondono in un trasformatore Edf (la società elettrica francese). Due di essi muoiono fulminati; un terzo, invece, rimane gravemente ustionato. La notizia si diffonde velocemente e centinaia di giovani incendiano auto e negozi a Clichy. Da quel momento si scatena un ciclo di sommosse e violenza di ampiezza eccezionale, che durerà tre settimane. A essere bruciate e distrutte sono le automobili, gli autobus, i tram, le scuole, i centri commerciali, le palestre, talvolta locali della Pubblica amministrazione. I protagonisti di questa rivolta sono per lo più adolescenti e giovani adulti, residenti nelle zone povere, con difficoltà scolastiche maggiori della media dei loro coetanei, un po’ più coinvolti nella delinquenza, e senza dubbio rappresentativi dei giovani dei quartieri “a rischio”.
Il caso delle banlieue parigine non può essere letto se non come l’improvviso venir meno di un funzionamento sociale. Forse è temerario cercare analogie tra il caso banlieue e la tragedia di Civitanova, tuttavia ad andare ovunque in crisi è il vecchio modello di relazione individuo-comunità. La nostra stagione, per usare le parole di Martin Buber, appare sempre più il “tempo del viandante”, di colui, cioè, che non ha un tetto sicuro. Gli eventi sembrano incontrollabili e ci si sente soli. Anzi, ci si sente tutti contro tutti. Il dramma di Civitanova è il dramma del sentirsi isolati in un contesto in cui ciascuno è minacciato nei propri capisaldi esistenziali e teme di essere strappato dalla quotidianità che rappresentava l’investimento di vita. Episodi così diversi come quello francese e quello recente italiano hanno in comune un fallimento. Nel caso dei ragazzi che vivono nelle zone a rischio, la strada passa per la distruzione del paesaggio sociale. E attorno alla distruzione si crea un tema collettivo forte, in grado di dare identità, di riunire frammenti, di creare un sentimento di appartenenza. Nel caso dei coniugi di Civitanova, la strada è quella che rovescia le regole della vita nell’impossibilità di ritrovare un dignitoso senso. La parola, lo sfogo, il confidarsi con amici e parenti non sembrano più possibili. Suicidio, quindi, come fuga da una realtà che sembra insostenibile. Scriveva Albert Camus: “la felicità e l’assurdo sono figli della stessa terra e sono inseparabili”. Vivere senza fiducia prendendo coscienza dell’assurdità del vivere, scegliere la morte e non la vita, sono esiti drammatici della crisi della speranza. L’inevitabilità di una vita senza speranza è l’idea che ispira il filosofo quando scrive: “Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo familiare; viceversa in un mondo subitaneamente spogliato di illusioni e di luci, l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta e della speranza in una terra promessa”.
In questa situazione, il rischio della disperazione cresce tantissimo. Perché il vuoto che si crea intorno agli individui inibisce anche gli scatti d’ira, le esplosioni di rabbia. Reazioni dure, ma che indicano reattività, proiezione verso l’esterno, la presenza di una volontà di agire e reagire. Al contrario, il chiudersi in se stessi significa non vedere l’uscita dal tunnel. A questo proposito, Bauman pone una domanda che fa riflettere: “Se la battaglia per la libertà è stata vinta, come si spiega che la capacità umana di immaginare un mondo migliore e di fare qualcosa per migliorarlo non è fra i trofei di quella vittoria?”.
Urge ridare una speranza, e reinserire la sequenza conflitto-crisi-scelta nel perimetro corretto di un sistema comunitario saldo in cui, se la libertà si esercita, scegliere e decidere tornano ad assumere il significato corretto di ricerca di un orientamento, di una direzione, dello scoprire una finalità e individuare un progetto. In altre parole, un fine globale per la propria esistenza. Per questo libertà va insieme a responsabilità. Una libertà che non si traduca in responsabilità rimane astratta; la libertà riceve proprio dal nesso con la responsabilità quell’essenziale prospettiva relazionale che apre agli altri e alle situazioni di vita attraverso un riconoscimento fondato sulla piena reciprocità.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità dell’8 aprile. Sfoglia l’indagine Tecnè in pdf

 

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