Il (quasi) collasso del Partito democratico | T-Mag | il magazine di Tecnè

Il (quasi) collasso del Partito democratico

di Antonio Caputo

bersaniSolo il senso di responsabilità di Napolitano, che ha accettato una rielezione non voluta, ha impedito che il collasso ‘democrat’ non si trasformasse nel collasso dell’intero sistema politico. Ma l’uragano che ha investito Largo del Nazzareno resta. Molti esponenti politici e osservatori hanno definito “fusione a freddo” o “amalgama mal riuscita” il Pd, dove convivono assai precariamente provenienze diverse, che si mescolano come l’acqua e l’olio. Il problema è che non ci si limita alla provenienza: non si tratta tanto di ex Ds contro ex Margherita, ossia degli eredi di Pci e Dc, ma dell’ulteriore divisione interna di queste stesse componenti. Sinistra interna, giovani turchi, bersaniani, fassiniani, dalemiani, veltroniani, ex socialisti, liberal, prodiani, popolari di sinistra, lettiani, popolari cattolici, renziani, non so più cos’altro, esprimono una cacofonia che rischia di mandare allo sbando, col Partito, il sistema politico tutto.
E ora? Forse si andrà ad una scissione, o addirittura alla frammentazione in tronconi; d’altronde, quando le prospettive sono diverse, probabilmente la cosa migliore è di dividere le strade: ha senso stare insieme quando una parte intende il partito come ponte verso la sinistra radicale e verso i grillini, e l’altra parte lo intende come ponte verso i moderati? Si vedrà. Intanto c’è il problema immediato del governo: la rielezione di Napolitano impone le “larghe intese” (o come le si chiamerà) e di fatto commissaria, dal Quirinale, il Pd, che, hanno sottolineato in molti, è stato il principale bersaglio del discorso di Napolitano: le parole del Capo dello Stato impongono una svolta in primis dalle parti di Largo del Nazzareno. Se non si spiega al proprio elettorato che “l’intesa non è orrore”, si rimarca, magari, la propria identità, ma non si riesce a parlare alla parte maggioritaria del Paese. Un leader guida la propria base: chi si limita ad assecondarne le pulsioni, al massimo è un follower. Berlusconi e Grillo sono leader, lo è Renzi, lo era senz’altro il Veltroni del Lingotto, non lo è stato allo stesso modo Bersani.
I vincitori della partita sono stati Berlusconi e Grillo: il primo, per il suicidio degli avversari (che hanno fatto tutto da soli), torna in partita, accresce il vantaggio nei sondaggi, e si presenta come lo “statista” che ha fatto da king maker del bis di Napolitano; il secondo, che ha pervicacemente perseguito lo scopo della deflagrazione Pd: la candidatura Rodotà serviva proprio a far esplodere le contraddizioni in casa Democrat, e così, il comico genovese ha messo a segno un colpo politico fortissimo, a dispetto dell’inesperienza. Inesperienza che si è però immediatamente manifestata a proposito della convocazione di un’ipotetica marcia su Roma (sconfessata da Rodotà), e dall’espressione “golpe” relativa alla conferma di Napolitano: episodi su cui è stato costretto a battere in ritirata.
Il centrodestra e Grillo, però, sbaglierebbero ad illudersi: il Pd, pur sbrindellato, resta l’unico partito realmente strutturato; Pdl e 5Stelle non hanno radicamento territoriale (come dimostra il risultato friulano: un centrodestra maggioritario come coalizione disperde i propri voti al maggioritario, regalando inoltre ad un uomo alla propria destra un decisivo due e mezzo percento e venendo come sempre penalizzato dall’astensione; il Pd candidando una donna forte e radicata vince in un contesto ostile, rubando voti ad un 5Stelle dimezzato sulle politiche), vivono solo del carisma del capo, e sembrano destinati ad estinguersi, implodendo, dopo l’uscita di scena dei leader carismatici.

 

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