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Austerità ed effetti collaterali su imprese

Tra gennaio e marzo hanno chiuso i battenti 150 mila attività: persino peggio del 2009
di Carlo Buttaroni

lavoro_impreseDisoccupazione e imprese che chiudono. Sono questi gli effetti più devastanti (ed evidenti) della crisi. E la relazione tra i due fenomeni è evidente. Rispetto al 2007, il tasso di disoccupazione è raddoppiato e solo un giovane su cinque trova lavoro. Tra gennaio e marzo di quest’anno, secondo i dati Unioncamere, hanno chiuso i battenti quasi 150 mila attività. Un dato peggiore persino rispetto a quello del primo trimestre 2009, considerato l’anno nero della crisi.
Con un saldo di -31 mila unità, i primi tre mesi del 2013 hanno registrato risultati negativi sia dal lato delle iscrizioni di nuove imprese che delle cessazioni delle attività. E’ il terzo peggior risultato del decennio. A pagare il prezzo più caro sono gli artigiani: 21.185 le attività che tra gennaio e marzo sono mancate alla contabilità del settore. Il Nord-Est registra la battuta d’arresto più forte. Alla fine di marzo, il numero complessivo d’imprese iscritte alle Camere di Commercio è pari a 6.050.239 unità, lo 0,51% in meno rispetto al 31 dicembre 2012. Di queste, 1,4 milioni sono artigiane. Tra i settori che stanno vivendo le riduzioni più consistenti le costruzioni (-12.507 imprese), il commercio (-9.151) e le attività manifatturiere (5.342 le imprese che mancano all’appello, l’87% delle quali artigiane). Il tessuto imprenditoriale italiano sta sprofondando. E l’austerità forgiata nei laboratori di Bruxelles, oltre all’inefficacia, sta mostrando anche tutti i suoi drammatici effetti collaterali. Bisogna ancora chiedersi se è vero che il rigore produce espansione, oppure se aveva ragione Keynes quando, nel 1937, scriveva al Presidente Roosevelt “il momento giusto per l’austerità al Tesoro è l’espansione, non la recessione”?
La storia del 20° secolo ha dato risposte che non devono essere necessariamente replicate, ma neanche dimenticate. Sono stati gli ingenti investimenti pubblici a rendere gli Usa e l’Europa leader economici mondiali. L’erogazione diretta di beni e servizi, di ricerca e innovazione, di servizi sociali, hanno orientato gli investimenti privati e i consumi, rafforzando tutto il processo economico. In Italia, negli anni Sessanta, le aziende di Stato sono state i “campioni nazionali” che hanno aiutato la crescita e la competitività del sistema Paese.
L’inversione avvenuta negli anni ’80 – quando si è assistito a un costante arretramento del ruolo pubblico e alla progressiva deregolamentazione dell’economia – ha avuto come risultato il sopravvento della finanza sull’economia reale. Con i danni che, oggi, sono sotto gli occhi di tutti. Sono stati i Paesi che hanno conservato una forte presenza pubblica, quelli che hanno risentito meno della “tempesta perfetta” della crisi. Tanto che l’Economist, a gennaio del 2012, ha dedicato una copertina sull’ascesa del capitalismo di Stato.
L’accusa che lo sviluppo (dell’Italia in particolare) sia stato fatto a scapito delle generazioni future, facendo crescere in maniera abnorme il debito pubblico, contiene solo una parte di verità. Perché una buona spesa pubblica tende a ripagarsi da sola, mentre la crescita incontrollata del debito dipende dalle degenerazioni, dall’uso inefficiente o addirittura criminale della spesa. Non c’è alcun dato che suffraga l’idea che l’austerità porti a un “secondo tempo” di espansione economica. D’altronde se il Pil e l’occupazione dipendono dalla domanda, occorre incrementarla, non comprimerla. E per far crescere la domanda occorre aumentare la dotazione economica dei cittadini, in particolare delle fasce a basso reddito.
Aumentare di cento euro il reddito di un lavoratore che guadagna mille euro significa incrementare la domanda di circa novanta euro, mentre aumentare della stessa quota chi ha un reddito di un milione non produce effetti rilevanti. In una fase recessiva, occorre che lo Stato faccia ciò che l’economia privata, da sola, non riesce a fare. Bisognerebbe investire in banda larga, assetto del territorio, energie verdi. Investimenti che non solo farebbero crescere la domanda, ma occuperebbero anche svariate migliaia di persone. Per uscire dalla crisi occorre che lo Stato torni a occuparsi di ciò che il privato non ha convenienza a fare, con un piano d’investimenti che riequilibri il sistema economico tramite l’iniezione di domanda aggiuntiva.
Ma, oltre a una buona spesa pubblica, occorre anche riequilibrare le leve di governo dello sviluppo verso i territori, dopo che per anni si è andati in direzione opposta, attribuendo loro competenze ma sottraendogli risorse per poterle esercitare. E ciò è avvenuto nel momento in cui è stata proprio la globalizzazione ad aver cambiato i paradigmi di governo dei processi economici, spingendoli verso il basso, anziché verso l’alto. La prima novità riguarda, infatti, l’integrazione verticale, cresciuta lungo la filiera dei poteri pubblici, che ha generato una stretta interdipendenza tra governo locale, nazionale e comunitario. Non c’è, ormai, un processo rilevante che non veda la partecipazione congiunta di tutti i livelli istituzionali. La seconda novità riguarda l’integrazione orizzontale. Dal punto di vista degli interessi economici, si è ormai passati, infatti, dalla concezione di territorio come confine, al territorio come spazio, sul quale ricadono e convergono interessi economici e sociali che vanno di là dei perimetri amministrativi. Oggi anche i comuni più piccoli sono un “pieno” di livelli sovrapposti di regolazione, di relazioni dirette con reti e attori globali, di cooperazioni verticali e orizzontali, di politiche generali e di settore. Tutto ciò lascia presupporre, come naturale conseguenza, che l’analisi e l’interpretazione dei bisogni di un territorio, la cura degli interessi generali, la stessa proposta di soluzioni e politiche pubbliche non possano essere monopolio di una politica nazionale che, da sola, non è in grado di farvi fronte.
Il passaggio alle “politiche dei luoghi”, quindi, si fa sempre più impellente per uno sviluppo economico a prova di futuro, le cui “chiavi” si collocano sulla dimensione orizzontale del capitale sociale, rappresentato dai fattori culturali e sociali, parte dell’identità delle comunità, e su quella verticale della capacità di connettersi alle reti globali. Si tratta di elementi cruciali, perché è proprio su questi temi, e sul modo di affrontarli, che si gioca quella “convenienza all’interazione” fra i vari attori economici e istituzionali che costituisce il nocciolo del modello di sviluppo economico del futuro. Con la buona notizia, non del tutto marginale, che quest’approccio richiede risorse non strettamente finanziarie ma in larga parte regolative, di analisi, d’impulso e innovazione funzionale, dando all’Italia la possibilità di non essere più una società a responsabilità limitata, ma un luogo dove politica nazionale, attori economici e territori agiscono e interagiscono sulla base di buon senso, idee e volontà.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 6 maggio. Sfoglia il monitor di Tecnè.

 

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