Il nuovo Gatsby tra rap e lusso | T-Mag | il magazine di Tecnè

Il nuovo Gatsby tra rap e lusso

di Martina Marotta

il_grande_gatsbyFinalmente al cinema. Tanti attendevano Il grande Gatsby con ansia, galeotto il trailer mozzafiato, presentatoci in tutte le salse, con musiche che certamente hanno fatto da amo ai moltissimi fan di cantanti ora in vetta alle classifiche, quali The XX, Emeli Sande, Florence and The Machine, Gotye e Lana del Rey. A queste nuove star si affiancano artisti ormai “navigati” quali Jay-Z (che ha curato la colonna sonora), Kanye West e Beyoncé. Ed è proprio grazie a questi cantanti (tra musica disco, elettronica, hip hop e rock) che il film acquisisce uno strano sapore di presente, nonostante la storia sia ambientata all’inizio degli anni ’20.
Chi non conosce un minimo la storia del Grande Gatsby? Quel ricco e misterioso personaggio nato dalla penna di Francis Scott Fitzgerald, proprio lui, che con la sua unica personalità contrastava tutto il marcio coperto di strass che lo circondava: Fitzgerald usò questo libro per criticare la società di allora, vuota dentro e sfavillante fuori, che masticava e poi sputava l’uomo, lasciandolo solo in balia del progresso. E all’inizio lo scrittore venne definito un clown, tra le critiche della gente perbene di allora, ma col passare del tempo il suo libro divenne uno dei grandi pilastri della letteratura del ‘900.
Esistono diversi film che hanno raccontato questa storia, e la più famosa trasposizione cinematografica risale al 1974, con protagonisti Robert Redford nei panni di Jay Gatsby e Mia Farrow in quelli di Daisy Buchanam, e il rischio di fare un altro film sul libro di Fitzgerald era quello di venire eclissato proprio da quest’ultima pellicola.
Cannes attendeva il regista Baz Luhrman con ansia, con i critici pronti all’attacco o all’elogio, e dopo la fredda accoglienza del suo ultimo film Australia (risalente al 2008), le aspettative erano alte. Ma in sala, ai titoli di coda, c’è stato il gelo. Qualche timido applauso, ma niente più.
Eppure Baz Luhrman si è detto soddisfatto, poiché al di fuori di Cannes, il suo Gatsby aveva cominciato già a sbancare i botteghini; e un altro apprezzamento importante, quello della nipote di Fitzgerald, ha annichilito quel momento di freddezza dei critici.
D’altronde per lo stile unico dei suoi film non c’è mai stata una via di mezzo: o lo si ama, o lo si odia. Basti pensare ai suoi film più famosi, Romeo+Giulietta e Moulin Rouge, ebbri di riprese veloci, colori esasperatamente saturati, musiche contemporanee, effetti speciali resi poco realistici di proposito. C’è chi reputa questo stile fastidioso e il regista un esibizionista da quattro soldi, e chi invece ne elogia l’innovazione, la creatività, l’unicità nel suo genere.
Le luci da cui si è abbagliati durante tutto il film e lo sfarzo quasi grottesco per quanto esagerato rievocano nello spettatore luoghi più simili ad un sogno che ad un effettivo realismo storico e, volenti o no, ne si rimane affascinati.
Ma l’asso nella manica di Luhrman che rende unico il suo Gatsby è un altro: Leonardo di Caprio, già visto in una delle sue pellicole come un moderno Romeo vestito di camice hawaiane e armato di pistole. Di Caprio si riconferma un eccezionale attore poliedrico ma unico allo stesso tempo, tale da renderlo uno dei più grandi attori del cinema d’oggi; il suo Gatsby trasuda emozioni, e le trasmette direttamente allo spettatore, che si chiede fino alla fine perché tanto mistero e reticenza nel voler svelare la sua vera persona. E quando questa porta nel suo cuore viene aperta, il personaggio di Jay cambia, rivelandosi per quello che era ed è sempre stato: un irrinunciabile sognatore vulnerabile. A fare da spalla a questo eccezionale attore troviamo l’ex Spiderman Tobey Maguire nei panni di Nick Carraway, la bravissima Carey Mulligan in quelli di Daisy e Joel Edgerton in quelli di Tom Buchanam.
Oltre alle ottime performance del cast in generale, quello che colpisce è anche l’attenzione particolare nel ricreare gli stessi dialoghi, con le stesse parole, presenti nel libro: e alla fine del film, le parole che compaiono e vengono lette dal personaggio di Nick Carraway colpiscono più di un pugno sulla faccia, lasciando una sensazione dolceamara su ciò che si è appena visto. E Baz Luhrman, con i suoi eccessi e le sue musiche del 2000, ci mette in guardia dal vedere questa storia come una vicenda relegata esclusivamente al passato: il tema, purtroppo, è più attuale che mai.

 

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