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L’annosa questione del sovraffollamento delle carceri

di Matteo Buttaroni

carceri_condanna E’ sempre più drammatica, anche a causa delle condizioni climatiche dettate dalla stagione calda, la situazione nelle case circondariali italiane. Il problema è sempre lo stesso: il sovraffollamento. Proprio per questo il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri ha messo a punto il “piano carceri”, ovvero un decreto legge volto non solo a limitare gli ingressi e a favorire le uscite di chi sta scontando l’ultimo periodo della pena, ma anche a procedere verso l’apertura di nuove infrastrutture capaci di ospitare almeno altre quattromila persone entro la fine dell’anno.
L’obiettivo del guardasigilli è di recuperare almeno diecimila posti, attraverso linee guida quali la limitazione del meccanismo “porte girevoli”, intervenendo sui reati minori, cioè quelli che non destano particolare allarme sociale. Per limitare gli ingressi si procederà verso soluzioni alternative come la detenzione domiciliare o l’affidamento in prova. Per quanto riguarda invece le uscite, il decreto prevede di portare da 12 a 18 mesi il residuo di pena che i condannati potranno scontare ai domiciliari.
Ad oggi in Italia alloggiano 65.891 detenuti, ben ventimila in più rispetto alla capienza. Di cui 24.697 sono in attesa di giudizio, 40.118 sono già condannati e 1.176 internati. Un terzo, circa 23mila, sono stranieri.
Secondo l’indagine dell’associazione Antigone, come già spiegato su T-Mag, il tasso di affollamento si attesta al 142,5%, circa 140 detenuti ogni cento posti letto, contro una media europea che si colloca al 99,6%. Guardando alla ripartizione territoriale risulta che alcune regioni, come ad esempio la Liguria, la Puglia e il Veneto, vanno ben al di sopra della media nazionale, attestandosi rispettivamente al 176,8%, al 176,5% e al 164,1%. In alcuni istituti specifici la situazione risulta ancora più drammatica: a Mistretta, tanto per citarne uno, il carcere ha un tasso si affollamento pari al 269%.
E’ proprio a causa di esempi come questi, che rappresentano in pieno la realtà carceraria italiana, che la magistratura di Strasburgo ha condannato l’Italia “a risolvere il problema strutturale del sovraffollamento delle carceri, incompatibile con la Convenzione Ue”.
Ma l’idea delle “pene alternative” non è del tutto nuova: anche i dieci “saggi” istituiti da Napolitano al termine del governo Monti l’avevano paventata. “Per contribuire al contenimento di un sovraffollamento ormai insostenibile, si propone – spiegavano i “saggi” – di trasformare in pene principali comminabili dal giudice di cognizione alcune delle attuali misure alternative dell’esecuzione, come l’affidamento in prova e la detenzione domiciliare; un ampio processo di depenalizzazione di condotte che possono essere meglio sanzionate in altra sede; con l’introduzione su larga scala di pene alternative alla detenzione”.
Poi la scorsa settimana, in occasione del 196° anniversario della fondazione del corpo di Polizia penitenziaria, il monito del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “Ho occasione di ricordare l’importanza di un comune riconoscimento obbiettivo della gravità e estrema urgenza della questione carceraria, che rientra tra le priorità di azione del nuovo governo. Si richiedono ora decisioni non più procrastinabili per il superamento di una realtà degradante per i detenuti e per la stessa Polizia Penitenziaria che in essa opera, al fine di assicurare l’effettivo rispetto del dettato costituzionale sulla funzione rieducativa della pena e sul senso di umanità cui debbono corrispondere i trattamenti relativi all’espiazione delle condanne penali.
Auspico pertanto che il parlamento e il governo – anche riprendendo il disegno di legge sulla modifica del sistema sanzionatorio non giunto a definitiva approvazione nella precedente legislatura a causa della sua fine anticipata – assumano rapide decisioni che conducano a dei primi risultati concreti”.

 

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