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Astensionismo: alla fine vince sempre lui

di Fabio Ferri

astensionismoAlla fine vince sempre lui. Che si tratti di politiche o amministrative da diversi anni il vincitore alle elezioni è soprattutto uno: l’astensionismo. Dopo ogni tornata elettorale politici e giornalisti da ambo le parti si ritrovano a commentare i risultati: mettendo il punto proprio sulle urne vuote. Le spiegazioni del fenomeno cambiano di volta in volta: il tempo (o troppo caldo o troppo freddo), derby calcistici, disaffezione degli elettori. Quale che sia la causa, il corpo elettorale italiano è infetto da un virus molto pericoloso: l’astensionismo appunto.
Uno spettro si aggira per l’Europa
Dopo aver ascoltato l’allarme lanciato anche durante le ultime elezioni, guardiamo un po’ le statistiche e i numeri delle precedenti elezioni in Italia e in Europa: per capire se effettivamente il Belpaese soffre di una sindrome acuta di astensionismo o se è in linea con altre democrazie, e anzi tra queste è anche più in salute. Dal momento che in definitiva si possono ridurre a due questioni il buono stato o meno di una democrazia (non della politica o delle istituzioni): l’alternarsi al potere di diverse forze sociali e la partecipazione massiccia dei cittadini alle elezioni.
Primo mito da sfatare: gli italiani non sono tanto peggio di tanti altri elettori. I tedeschi che nel 2005 sono andati a votare sono stati il 77,7%; nel 2012 alle regionali in Westfalia (Nord Reno) ha votato il 59%, mentre nel Schleswig-Holstein sono stati circa il 38%. Se i tedeschi, che hanno la nomea di esser precisi e puntuali non hanno dimostrato un attaccamento così forte all’urna, non fanno meglio gli altri Paesi. In Austria nel 2006 vota il 74,2%; in Svizzera nel 2007 il 48,3%; la Spagna nel 2008, ha il 76% di votanti; elezioni in Grecia del 2012: 60%; per eleggere il sindaco di Londra sempre nel 2012 va a votare il 32%.

Negli Usa non va meglio
Non certamente la più grande democrazie nel mondo (che è l’India) ma sicuramente tra le più antiche e importanti: gli Stati Uniti d’America hanno fisiologicamente un alto numero di astenuti, o non votanti, per ogni tornata in cui si deve eleggere l’uomo più potente del mondo. Qualcuno dice anche perché si vota per tradizione in un giorno lavorativo: il martedì. Nel 1996 ci fu un vero e proprio esodo: votarono solo il 49% dei cittadini americani. Nel 2012 con la rielezione di Obama ha votato circa il 62% degli aventi diritto; durante la sua prima elezione, nel 2008, Obama ha battuto anche John F. Kennedy. Infatti, contro McCain, Obama vinse portando alle urne il 64% degli americani: meglio di quanto fece Kennedy nel 1960 contro Nixon con il 63,8%. Il massimo della partecipazione a stelle e strisce si ferma a 64 elettori su 100.

La questione morale
Molti osservatori correlano l’inizio della perdita di fiducia dell’elettorato, di cui l’astensionismo è la cartina tornasole, con la “questione morale” portata avanti da Enrico Berlinguer nel 1977. Che di fatto accusava tutti i partiti dell’epoca. Dal ’48 al ’76 gli italiani andavano a votare in massa, con una percentuale a volte superiore del 90%, nel 1976 gli astenuti sono stati circa il 6,6%. Certo è che anche le vicende internazionali oltre che quelle nazionali (in primis il terrorismo) facevano traballare quella che era un’adesione politica fortemente ideologica. Negli anni abbiamo visto come la percentuale degli elettori che preferiscono rimanere a casa o andare al mare il giorno delle elezioni è aumentato, come è possibile notare anche nel grafico sottostante. Anche se rimane comunque sostenuto il numero di chi alle urne ci va è molto anno, per lo meno non inferiore a quello di tanti altri Paesi. Eppure si continua a parlare del vero vincitore di ogni elezione, il convitato di pietra: il partito del non voto. Forse sarebbe il caso, al di là dei facili giudizi politici e titoli di giornali, riaprire quella questione che dal ’77 ancora non è stata risolta. Per convincere non tanto quei cittadini che disertano le urne quanto chi dopo aver esercitato il proprio diritto/dovere non vorrebbe veder perso il proprio voto nella palude del politicume.

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