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Dove va l’Iran? Hassan Rouhani e il futuro della Repubblica Islamica

di Gianluca Pastori

hasan_rohaniScontando l’euforia dell’immediato post-voto, è possibile, a un paio di settimane dagli avvenimenti, valutare a bocce ferme l’impatto e le conseguenze che l’elezione di Hassan Rouhani alla presidenza della Repubblica Islamica dell’Iran avrà a livello internazionale e, in particolare, nel delicato settore delle relazioni con gli Stati Uniti? Sessantaquattrenne, membro dell’Assemblea degli Esperti (dal 1999), del Consiglio del Discernimento (dal 1991) e del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale (di cui è stato Segretario fra il 1989 e il 2005), il nuovo Presidente non può certo essere definito un outsider. Rouhani è ‘interno’ alle sfere dell’establishment politico-religioso del Paese e può vantare un lungo curriculum studiorum e un solido pedigree rivoluzionario, ‘impreziosito’, fra l’altro, dall’esilio in Francia, presso la cerchia dell’Imam Khomeini. Già con questo profilo, il nuovo Presidente tratteggia un contrasto marcato rispetto al suo predecessore, Mahomud Ahmadinejad, di famiglia modesta e cresciuto politicamente negli ambienti ‘laici’ e turbolenti della militanza attiva, tanto da giustificare il diffondersi di voci (smentite da varie fonti) riguardo al suo coinvolgimento nell’occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran, fra il novembre 1979 e il gennaio 1981. A differenza di quanto accaduto in passato ad Ahmadinejad, Rouhani è riuscito, infine, ad aggregare intorno alla sua figura il consenso di molti soggetti diversi; non a caso, nella contesa elettorale, egli ha potuto beneficiare di una lunga e prestigiosa serie di endorsement (come quelli degli ex-Presidenti Khatami e Rafsanjani), del sostegno (in molti casi, obtorto collo) di parte della multiforme galassia ‘riformista’ e di una sorta di ‘benevola neutralità’ della Guida Suprema, l’anziano ma potente Ali Khamenei.
Con questo retroterra, quali potranno essere i tratti della presidenza Rouhani? Figura ‘di centro’, membro dell’Associazione dei chierici militanti (di cui hanno fatto parte, in tempi diversi, fra gli altri, Mohammad Khatami e il candidato riformista alle elezioni del 2005 e del 2009, Mehdi Karroubi), ma non sgradito né alla Guida (che, in passato, ne ha appoggiato la carriera politica), né al potente mondo del bazaar (come il suo ‘sponsor’ Rafsanjani), Rouhani, che assumerà formalmente l’incarico il prossimo 3 agosto, appare anzitutto una figura ‘di mediazione’, chiamata a ‘chetare e sopire’, smorzando le spigolosità emerse degli anni passati dentro e fuori il Paese. Gli anni Duemila sono stati, per l’Iran, un periodo fortemente divisivo, ancora più che per la frattura riformisti/conservatori ampiamente evidenziata dai media occidentali, per le spaccature che sono emerse all’interno della sua élite, e che hanno visto contrapporsi – nel quadro di un costellazione permanentemente instabile di alleanze – da una parte i vertici religiosi tradizionali, in qualche modo impersonati dal Rahbar e dal suo inner circle, dall’altra le componenti più ‘laiche’ del sistema (Forze Armate, Pasdaran, una parte del variegato mondo delle ‘fondazioni caritatevoli’, le c.d. bonyad), centri di potere alternativi raccolti intorno al Presidente Ahmadinejad e al suo entourage. I segni di queste divisioni sono ancora profondi nella macchina dello Stato e nelle strutture della società iraniana. In questo senso, lo scetticismo con cui i risultati elettorali sembrano essere stati accolti, almeno da una parte dell’opinione pubblica, è un chiaro segno del livello di polarizzazione raggiunto dalla vita politica della Repubblica Islamica, e un indicatore – per quanto sommario – delle difficoltà che il Presidente sarà chiamato ad affrontare.
Anche per questo non stupisce che l’elezione di Rouhani sia stata accolta con più favore in Occidente che non in Iran. In Europa, il successo (da più parti superficialmente etichettato come ‘inatteso’) del candidato ‘moderato’ è stato generalmente letto come segno del ritorno al potere, se non dell’auspicata (ma chimerica) corrente ‘riformista’, di una fazione ‘pragmatica’ più gestibile del dinamismo rivoluzionario di Ahmadinejad, e come l’occasione per riprendere un dialogo che l’elezione dello stesso Ahmadinejad aveva bruscamente interrotto. Le aperture del neo-Presidente su temi come quello dei prigionieri politici (soprattutto Karrubi e l’altro leader riformista, Mir-Hossein Moussavi, anch’egli agli arresti domiciliari dal febbraio 2011) e le critiche avanzate in campagna elettorale alle posizioni ‘non meditate’ del suo predecessore, hanno contribuito a rafforzare questa convinzione. L’atteggiamento degli Stati Uniti è stato, invece, più cauto. Il prossimo 1° luglio entrerà in vigore una nuova serie di sanzioni, adottate agli inizi di giugno contro la valuta nazionale iraniana e il settore automobilistico, che lo staff della Casa Bianca ha individuato come ‘un significativo datore di lavoro e una fonte di introiti per il governo iraniano’. La stampa statunitense appare egualmente prudente e, pur richiamando le possibili ricadute positive del risultato elettorale, non ha mancato di osservare, in alcuni casi, il potenziale rischio costituito da un Presidente iraniano troppo gradito ai partner europei. In questa prospettiva, le prime dichiarazioni di Rouhani riguardo alla necessità, per l’Occidente, di ‘rispettare i diritti dell’Iran’ sono state accolte con una certa preoccupazione, specialmente alla luce delle posizioni assunte dal futuro Presidente nel quadro dei negoziati intorno alla delicata questione nucleare.
Se la presidenza Rouhani sembra destinata a comportare un alleggerimento dei toni della incendiaria retorica iraniana, ben difficilmente essa si tradurrà, quindi, in un ridimensionamento delle ambizioni della Repubblica Islamica, specie per quanto concerne l’ambito regionale. Nel corso degli anni, Teheran ha lavorato duramente (sebbene non sempre in modo coerente) per imporsi come attore ‘di peso’ di uno spazio che, dalla regione del Golfo, si estende a est fino all’Afghanistan e a ovest fino le sponde del Mediterraneo. Impegnato in una complessa competizione con l’Arabia Saudita, l’Iran rappresenta una variabile importante per gli equilibri, fra gli altri, di Siria, Libano, Iraq e Afghanistan, in un momento in cui, per varie diverse, questi Paesi attraversano una fase di profonda incertezza. Questa centralità (parzialmente inedita) è il migliore asset su cui l’Iran può contare sia per evitare il rischio dell’isolamento internazionale (peraltro dimostratosi di difficile realizzazione sin dagli anni del dual containment), sia per acquisire un certo potere negoziale, in primo luogo verso gli Stati Uniti. Di ciò, le élite iraniane – tanto quelle ‘laiche’ quanto quelle ‘religiose’ – sono ben consapevoli, e sembra difficile che, in nome di una ‘normalizzazione’ dei rapporti con Washington dagli esiti ancora incerti, esse siano disposte a rinunciare al loro capitale. E’ questo, prima ancora del ‘nodo nucleare’, il vero punto del contendere. Le grandi incognite rimangono, da un lato, la difficile situazione il cui versa l’economia del Paese e che ne aumenta la vulnerabilità interna ed esterna, dall’altro la capacità di Rouhani di sostenere nel tempo la convergenza di forze e d’interessi coagulatasi intorno alla sua figura in sede di voto. A queste domande, però, solo i mesi a venire potranno (forse) dare una risposta.
Una cosa appare, tuttavia, certa. Se qualche discontinuità vi sarà nell’azione internazionale dell’Iran, sarà discontinuità di forma prima che di sostanza. Con Rouhani, la presidenza ritorna nelle mani di una gerarchia mainstream che se, negli anni, ha scelto di rinunciare alle (intenzionali) ‘spigolosità’ della rivoluzione del 1979, non ha comunque mai abbandonato le rivendicazioni latu senso nazionaliste che di tale rivoluzione sono state parte importante. Nonostante le difficoltà che il Paese si trova ad affrontare e che ciclicamente alimentano il dibattito riguardo alla tenuta del ‘regime degli ayatololah’, l’Iran ha dimostrato, soprattutto negli ultimi anni, non solo una ragguardevole capacità di resistenza, ma anche abilità nello sfruttare, in diversi ambiti, gli spazi di opportunità che gli sono stati offerti dai limiti e dalle mancanze dell’azione occidentale. La possibilità di giungere alla definizione di un equilibrio regionale soddisfacente passa attraverso il riconoscimento di questo cambiamento strutturale. Come è stato rilevato, l’Iran ha il potenziale per essere ‘una forza di stabilità regionale e non di disordine’. Il requisito essenziale è che ‘si comporti come una nazione, e non come una causa, operando entro di un sistema di Stati retto da regole’. Da Presidente, Hassan Rouhani è chiamato a raccogliere questa sfida. D’altra parte, la possibilità di giungere, se non a una normalizzazione delle relazioni con l’Iran, alla definizione di un modus vivendi di mutua soddisfazione si fonda sulla capacità di andare incontro agli interessi concreti di tutte le parti coinvolte, cioè sulla possibilità che esse trovino – nelle alternative loro proposte – il modo di ottenere almeno parte degli obiettivi che perseguono. Un’eventualità, questa, che nel complesso e intricato scenario mediorientale appare ancora alquanto remota.

Gianluca Pastori è Professore aggregato di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.

 

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