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Famiglie: l’Italia paga più dell’Europa

di Carlo Buttaroni

famiglia_welfareMentre si diffonde la consapevolezza del ruolo che la famiglia svolge come attore di scelte economiche e come soggetto produttore di capitale sociale, non procede allo stesso ritmo la messa in campo di provvedimenti legislativi e amministrativi, che ne sostengano il ruolo. Eppure la famiglia è il principale generatore di welfare. Ma, oltre a svolgere ruoli di tipo socio-assistenziale e socio-sanitario, la famiglia è anche il luogo tipico della creazione di capitale umano. Dove la famiglia è più solida, più elevato è lo stock di capitale umano e di abilità sociali acquisite dagli individui, generando a cascata una crescita della produttività media del sistema sociale nel suo complesso. La famiglia, inoltre, funge da filtro tra individuo e mercato, soprattutto per quanto concerne le scelte di consumo. E’ risaputo, infatti, che queste raramente dipendono da processi decisionali individuali ma riflettono prevalentemente quell’insieme di valori e di prassi condivise all’interno del nucleo. Rispetto ad altri Paesi avanzati, le famiglie italiane sono tra le più colpite dalla crisi economica, e allo stesso tempo, anche quelle costrette a fronteggiare livelli d’incertezza più elevati. Basti pensare che, nel momento peggiore della crisi, la riduzione dei redditi delle famiglie italiane è stata del 4%, a fronte di una riduzione del Pil del 6%. Nella maggior parte degli altri paesi avanzati, invece, nonostante la contrazione del prodotto interno lordo, il reddito delle famiglie è cresciuto. E’ stato così in Francia (Pil -3% e redditi familiari +2%), in Germania e negli Stati Uniti (Pil -4% e redditi delle famiglie +0,5%). Questa dinamica coincide anche per quanto riguarda i trasferimenti sociali: nel 2007, la spesa sociale in Italia per la famiglia e per i bambini, per l’abitazione, per il sostegno delle persone in cerca di lavoro e per il contrasto dell’esclusione sociale era inferiore al 2% del Pil, mentre nell’area Ue si attestava al 4,3% e a valori ancora superiori al 5% in Francia e Germania. Nonostante, quindi, il nostro paese sconti un forte ritardo nei confronti degli altri paesi europei in tema di politiche sociali, gli interventi di riequilibrio della finanza pubblica hanno inciso moltissimo proprio sulle famiglie sia dal punto di vista dei redditi, che da quello del sistema di protezioni sociali. Allo stesso tempo, è proprio sulle famiglie che è stato trasferito il maggior peso di quel sistema di welfare informale che caratterizza il nostro Paese, nel momento in cui gli si chiede di farsi carico della disoccupazione dei figli, della cura dei nipoti e dell’assistenza agli anziani. Secondo i dati Istat la spesa media delle famiglie nel 2012 è diminuita del 2,8% rispetto all’anno precedente, passando da 2.488 euro a 2.419 euro. Nel complesso le spese alimentari sono diminuite meno di quelle non alimentari (calate del 3%.), ma ne è aumentato il peso specifico sul bilancio familiare (19,4% nel 2012 rispetto al 19,2% del 2011). Questo perché i meccanismi di aggiustamento dei consumi in una fase di espansione economica e sociale, si accompagnano a una progressiva riduzione della quota della spesa destinata all’acquisto di alcuni tipi di beni come quelli alimentari e a una contestuale espansione dei consumi non alimentari, perché al crescere delle risorse disponibili, una parte maggiore di queste vengono impiegate per bisogni meno legati alla sussistenza in senso stretto.
Se il quadro nazionale fotografato dall’Istat è estremamente negativo, ulteriori differenze si ritrovano analizzando il paese per macro aree: nel Mezzogiorno, ad esempio, quasi il 22% delle famiglie (contro il 16,7% a livello nazionale) dichiara di aver diminuito, rispetto all’anno precedente, la quantità di vestiti e scarpe acquistati e di essersi orientato prevalentemente verso prodotti di qualità inferiore. Le famiglie del Sud sono quelle che destinano la quota maggiore alla spesa alimentare (25,3%), ma l’aumento dell’incidenza si registra soprattutto nelle regioni centrali, dove il peso della spesa alimentare è cresciuto di quasi un punto (19,3% rispetto al 18,4% del 2011). Sono cresciute dal 53,6% al 62,3% le famiglie costrette a mettere in atto strategie di contenimento della spesa, riducendo la qualità e la quantità di almeno uno dei generi alimentari normalmente acquistati. Sono aumentate notevolmente le famiglie che scelgono i discount (dal 10,5% del 2011 al 12,3% nel 2012), a scapito prevalentemente di supermercati, ipermercati e negozi tradizionali. Se nel Mezzogiorno la percentuale di famiglie che acquista almeno un genere alimentare presso un discount raggiunge il 14,6% (era il 13,1% nel 2011), è nel Nord che si osserva l’incremento più consistente (dall’8,5% del 2011 al 10,9%). Le quote di spesa destinate ai combustibili e all’energia sono cresciute per effetto degli aumenti dei prezzi (dal 5,2% al 5,6%), mentre è diminuita la spesa per la benzina a seguito della riduzione della percentuale di famiglie che l’acquistano. Continua a scendere la parte di spesa destinata all’acquisto di arredamenti, elettrodomestici e servizi per la casa. Anche il tempo libero diventa un lusso e le famiglie riducono in particolare la spesa per cinema, teatro, giornali, riviste, libri, giocattoli, lotto e lotterie, acquisto e mantenimento di animali domestici. Ulteriore segnale del momento critico che stiamo vivendo è dato dalla forte contrazione della spesa destinata alla cura della salute.
Nel 2012, la diminuzione della spesa è stata più marcata tra le famiglie con uno o due figli (-4,0% e -6,3% rispettivamente) e oltre 1.100 euro separano la spesa media mensile delle famiglie d’imprenditori e liberi professionisti (3.489 euro) da quella delle famiglie di operai (2.329 euro), che, in media, hanno speso il 4,2% in meno rispetto all’anno precedente, segno che la spesa delle famiglie rappresenta una cartina di tornasole delle disuguaglianze.
A conferma delle difficoltà in cui si trovano le famiglie italiane c’è anche il Genworth Index, una sorta di valutazione internazionale, che rileva come solamente l’1% delle famiglie italiane può dirsi al sicuro, contro un 47% che vive in condizione di vulnerabilità, un 50% che vive con periodiche difficoltà finanziarie e un 2% che si dimostra invece più ottimista sul futuro a breve e a medio lungo termine. Una valutazione che attribuisce al nostro Paese un voto estremamente basso, che pone l’Italia ai margini dell’Europa, collocandola dopo la Spagna e la Polonia.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità dell’8 luglio. Sfoglia l’indagine Tecnè.

 

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