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L’Italia guida la ripresa della fiducia nelle prospettive economiche

commissione _europea _crisi_economicaSecondo quanto indicato dall’indice Esi, che calcola la fiducia nelle prospettive economiche dell’eurozona, è l’Italia il Paese che nel mese di luglio ha guidato la risalita della fiducia. Nel Belpaese si è infatti registrato una crescita di 2,9 punti, superiore alla media dell’eurozona, della Francia della Spagna e della Germania.
Una nota diffusa dalla Commissione europea spiega che i risultati di luglio confermano una tendenza recupero dell’indice Esi che va avanti ormai da maggio.
Nella media Ue l’indice ha segnato 2,4 punti. In particolare la fiducia nell’industria dell’eurozona è salita di 0,6 punti. Nei servizi l’incremento è stato più marcato, si parla infatti di 1,8 punti. La fiducia dei consumatori sale invece di 1,4 punti. Un miglioramento questo che si registra per l’ottavo mese consecutivo. Sale di 0,9 punti anche la distribuzione al dettaglio mentre scendono di un punti netto le costruzioni. Nell’Unione europea l’aumento della fiducia nell’industria risulta addirittura più forte che nell’area della moneta unica.
Per quanto riguarda l’Italia: secondo quanto rileva l’ultimo Rapporto dei settori industriali Prometeia-Intesa SanPaolo, nel primo trimestre del 2013 il miglioramento della competitività internazionale ha permesso un leggero calo nella discesa del fatturato dell’industria manifatturiera. Un’attenuazione registrata nei settori dell’industria elettronica, elettrodomestici e, sebbene solo in parte, nell’industria mobili. Il fatturato complessivo segna una contrazione del 4,5% tendenziale. Un calo non registrato solo nei settori alimentare,bevande e farmaceutico. Italia bene anche nelle esportazioni rispetto alle grandi concorrenti europei. Francia e Germania per esempio, nei primi mesi 2013, hanno registrato un calo nelle vendite superiore al 3% contro la crescita dell’1,3% registrato in Italia.
“Il miglioramento competitivo – si legge nel Rapporto Prometeia-Intesa SanPaolo – è evidente anche in un mercato di particolare importanza come gli Stati Uniti, dove le imprese italiane di molti settori potrebbero beneficiare nei prossimi anni degli esiti positivi dei negoziati per la liberalizzazione degli scambi e degli investimenti nell’ambito del Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP). Per la struttura merceologica delle esportazioni verso gli Stati Uniti (soprattutto nel sistema moda e nell’alimentare e bevande), per la ridotta dimensione delle imprese esportatrici (che rendono i costi fissi determinati da alcune barriere non tariffarie molto più onerosi e difficili da sostenere) e per l’elevato grado di integrazione societaria tra le nostre aziende e quelle statunitensi in molti settori (meccanica, moda e chimica-farmaceutica), l’economia italiana potrebbe ricevere impulsi positivi da un’omogeneizzazione regolamentare tra le due sponde dell’Atlantico settentrionale”.
Qualche preoccupazione, tuttavia, le suscita la flessione delle importazioni cinesi. Contrazione in atto da più di un anno. Le ragioni di questa contrazione discendono da un mix di fattori, spiega ancora il Rapporto: alcuni di natura ciclica, come il rallentamento economico avviato dopo il 2011 e non ancora pienamente cessato, e altri strutturali, che fanno capo al rafforzamento competitivo della Cina nel settore della meccanica, come evidenziato dal forte miglioramento del saldo normalizzato. Occorrerà prestare sempre maggior attenzione alla crescente competizione che la Cina potrà portare ai grandi produttori tradizionali come Italia, Germania e Giappone. Il quadro sul mercato interno – sottolinea il Rapporto – si conferma estremamente negativo, sia per gli investimenti che per i consumi, la cui contrazione è in larga parte riconducibile alla situazione occupazionale, mai così critica in Italia da quando le serie storiche sono confrontabili.
Oltre a un incremento significativo della disoccupazione e delle ore autorizzate di cassa integrazione, cresce tuttavia anche l’occupazione nel settore manifatturiero. Questo e una migliore tenuta delle mansioni più qualificate, sia nella produzione che nelle attività correlate, sottolinea “la capacità delle imprese italiane di mantenere al proprio interno le competenze necessarie a riattivare rapidamente la produzione, se e quando migliorerà il quadro della domanda”.

 

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