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Alla scoperta del sanda

Intervista a Debora Felicetti, una delle migliori atlete italiane di sanda
di Tommaso Nelli

allenamento_sandaDai film di Bruce Lee ai campionati del mondo in Malesia. È la piccola-grande storia di Debora Felicetti, una delle migliori atlete italiane di sanda, sport cinese basato sul combattimento a corpo libero uno-contro-uno. Ventidue anni ancora da compiere, all’attivo già un argento europeo e tre titoli nazionali, l’atleta romana della “Palestra Olympia Società EWA (European Wushu Academy)” è da considerarsi più di una semplice speranza per la rassegna iridata in programma a Kuala Lumpur nel prossimo autunno.
A una disciplina in erba – il primo regolamento internazionale di sanda risale al 1982 – l’allieva del maestro Giuseppe Grossi, da poco nominato commissario tecnico federale, è approdata dopo un decennio di arti marziali. Una passione sbocciata grazie al cinema. “A cinque anni ero innamorata dei film di Bruce Lee e mimavo le sue tecniche davanti la televisione” racconta Debora “così iniziai taekwondo, poi feci kung-fu finché cambiai palestra per fare difesa personale; durante le lezioni il maestro ci avviò anche al sanda, avevo tredici anni, possedevo le basi, dovevo solo lavorare e migliorare…”. Due verbi, un mantra. Indispensabile per scalare le vette di uno sport dove conta la sostanza. “I colpi sono pochi, ma incisivi. Impegnano braccia, mani, gambe e bacino tanto che un requisito fondamentale è la coordinazione. Per ottenerla, tre allenamenti alla settimana di un’ora e mezzo ciascuno dove si potenzia la muscolatura e si affina la tecnica provando colpi d’attacco, di difesa e le proiezioni (presa dell’avversario per mandarlo al tappeto, ndg)” spiega la giovane studentessa di medicina, che precisa come la bassa percentuale di ragazze praticanti e le poche gare stagionali la costringano ad allenarsi spesso con i maschi. “Sono più grossi, però così almeno acquisisco esperienza, specialmente in chiave psicologica, per la gestione della gara”.
Per la Beatrix Kiddo di Monti Tiburtini quella più bella rimane la vittoria di Marina di Carrara. “Era il novembre 2009, coppa Italia, una grande soddisfazione perché valse la convocazione in nazionale e l’inizio d’un percorso a livello internazionale”. Debutto nel 2011 ai mondiali di Ankara, concluso però nei quarti di finale al cospetto della russa Mukhortikova, più esperta. Per colmare il gap, ricorso allo spionaggio informatico. “Mi faccio un’idea dell’avversaria attraverso eventuali video su Internet, anche se sul leitai (il ring di gara, ndg) non puoi indugiare” rivela. La freddezza dell’istinto. Agli Europei di Tallin ha mandato in tilt la russa Lisenkova al round supplementare di un combattimento tanto sofferto quanto emozionante; in finale, si è invece dovuta arrendere alla francese Domergue.
Un secondo posto analogo a quello conquistato con la nazionale femminile di rugby alle recenti Universiadi di Kazan. Palla ovale altra sua passione, anche se un po’ diabolica vista la frattura del perone rimediata nel gennaio scorso dopo aver guidato l’FB5 Team Rome alla vittoria della coppa Lazio femminile di calcio a 5. Parafrasando una nota pubblicità: “Dove c’è Debora, c’è sport”. Un toccasana per lei. “Da piccola, ero timida e introversa, ora invece so amministrare la tensione e non essere in soggezione. Se dovessi avere un figlio, l’unica cosa che gli imporrò sarà proprio fare sport perché ti mette in gioco e ti responsabilizza” conclude la dottoressa del sanda azzurro, che ha le idee chiare sul futuro: recuperare la forma migliore per volare in Malesia e scrivere una storia degna delle tigri di Mompracem.

 

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