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Uno sguardo all’Egitto

Intervista a Marina Calculli, ricercatrice presso la School of International Relations dell'Università Ca' Foscari
di Mirko Spadoni

egittoQuanto sta accadendo in Egitto era prevedibile, ma difficilmente immaginabile. Prevedibile, perché non era possibile pensare che i Fratelli Musulmani non avrebbero reagito alla deposizione dalla carica di presidente di un loro esponente, Mohammed Morsi, eletto democraticamente e “sollevato” dall’incarico il 3 luglio scorso. Difficilmente immaginabile era invece il livello dello scontro tra chi detiene il potere (l’esercito e il governo provvisorio) e chi ne rivendica il possesso (i Fratelli musulmani, per l’appunto). E così, mentre questi ultimi scendono in piazza per manifestare il loro dissenso. I primi si servono della loro posizione nel tentativo di imporre l’ordine pubblico. Biasimabili appaiono invece i mezzi usati per raggiungere tale scopo. Oltre all’imposizione del coprifuoco (che cade automaticamente dalle 19 alle sei del mattino), le leggi speciali, emanate nei giorni scorsi, consentono alle forze di sicurezza di aprire il fuoco su chiunque muova contro le proprietà dello Stato. Discutibili – nell’ottica di una possibile riappacificazione tra le parti – sono invece gli arresti dei leader dei Fratelli Musulmani e di molti dei loro seguaci. Dopo Mohamed Badie, la guida spirituale del movimento, è stato il turno di Safwat Hegazi, accusato di incitamento alla violenza, e poi di Murad Ali, tratto in arresto all’aeroporto internazionale del Cairo mentre cercava di imbarcarsi su un volo diretto a Roma, e di Ahmed Arif, entrambi portavoce dei Fratelli. Insomma, l’esercito sembra intenzionato a reprimere il movimento dei Fratelli Musulmani, che nonostante le molte difficoltà non si arrende e annuncia l’intenzione di tornare nuovamente in piazza. C’è però il rischio che si verifichino nuove carneficine. Nel corso delle ultime manifestazioni, tante sono le persone rimaste uccise. Solo venerdì hanno perso la vita 55 simpatizzanti dei Fratelli (che si aggiungevano agli oltre 700 dei giorni precedenti) e 24 poliziotti (per inciso: in tutto e fino a venerdì, secondo quanto riferito da Reuters, sono stati uccisi 67 uomini delle forze dell’Ordine a cui vanno però aggiunti anche i 24 poliziotti morti lunedì in un attentato nel nord del Sinai). Sabato, le vittime sono state invece 79. Ma la stima delle persone uccise cambia – a volte anche di molto – a seconda di chi la riferisce. L’unica certezza è che per le strade del Paese si continua a morire. Per cercare di capire qualcosa di più su quanto è accaduto e sta accadendo in Egitto, abbiamo contattato Marina Calculli, ricercatrice presso la School of International Relations dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e docente a contratto presso l’Université Saint-Joseph di Beirut.
“E’ innanzitutto importante – spiega a T-Mag Calculli – scindere due fasi nel periodo che va dal 3 luglio a oggi: la deposizione di Mohammed Morsi è stato il precipitato di un’insofferenza manifesta e diffusa della società egiziana, confluita nella richiesta esplicita rivolta ai militari perché realizzassero con la forza quello che i 22 milioni di firme raccolte dal movimento Tamarrod e le piazze gremite evidentemente non stavano riuscendo a conseguire con una richiesta popolare: ovvero che il raìs facesse un passo indietro. Si è però già aperta una seconda fase, in cui i militari, con la complicità delle forze di polizia e del governo provvisorio di Adly Mansour – forti del consenso di una buona parte della società egiziana – stanno compiendo una virata autoritaria, chiudendo lo spazio della competizione politica ai Fratelli Musulmani. Si tratta di un pericoloso tentativo di restaurazione, con l’aggravante che per portarlo a compimento si sta usando la forza in maniera brutale e sconsiderata contro i sostenitori di Morsi. I morti sono inaccettabili. Il tutto, inoltre, è corollato da una serie di decisioni e proposte politiche altrettanto autoritarie, come la minaccia di sciogliere e dichiarare illegale l’organizzazione della Fratellanza, l’arresto di Badie, la loro guida spirituale, ecc. La retorica mistificatoria di mostrare la piazza islamista come una piazza di “terroristi” è gravissima: quella piazza è composta prima di tutto da cittadini egiziani, gli stessi che ammiravamo tanto due anni fa mentre erano in fila per 4-5 ore di fronte ai seggi elettorali per poter esprimere per la prima volta nella loro vita una preferenza elettorale in modo libero. Che Morsi e la Fratellanza abbiano fallito clamorosamente dal punto di vista politico è un dato di fatto incontrovertibile. Ma in questi ultimi giorni le forze conservatrici del paese stanno approfittando di questo fallimento, trascinando il processo decisionale completamente al di fuori dalla dimensione dello stato di diritto. I militari pensano che con la forza tutto possa risolversi. Non si devono però sottovalutare le conseguenze impreviste o non adeguatamente prese in conto, ovvero il proliferare di atti violenti che possano perpetuare l’instabilità del paese. D’altra parte la violenza nello stato è sempre un bacino di raccoglimento di tutto ciò che la politica frustra o – peggio ancora – mette al bando.
Fu lui, il capo delle forze armate egiziane Abdul Fatah Khalil al-Sisi, ad annunciare (il 3 luglio scorso) che su iniziativa dell’esercito, la Costituzione del paese era stata sospesa e che il capo della Corte Costituzionale si sarebbe insediato a capo di un governo tecnico, in attesa di fissare una data per tenere le elezioni presidenziali anticipate. Da quel giorno, commenta Calculli, “al-Sisi è di fatto l’uomo più potente d’Egitto”. Il perché è presto detto: “I militari in questo momento godono di un ampio sostegno popolare. Al-Sisi non ha solo il sostegno dei conservatori, dei cristiani Copti che, quantomeno al livello delle autorità, si sono schierati compatti con l’esercito, e di un’altra fetta di “delusi”. Ma anche intellettuali e persone che ho sempre ritenuto pensatori indipendenti e liberali, si sono schierati – con mio grandissimo stupore – con i militari, plaudendo addirittura al sostegno esterno dell’Arabia Saudita, uno degli stati più retrogradi e autoritari del mondo. In questo certamente gioca molto l’insofferenza e il rigetto per le pratiche autoritarie con cui Morsi ha governato il paese in quest’ultimo anno. Ma la società egiziana è come colta da amnesia: l’esercito ha già avuto il suo momento politico, quando ha preso il potere dopo la caduta di Mubarak. Fu un fallimento totale che portò a manifestazioni importantissime alla fine del 2011 al Cairo e in altre città dell’Egitto. Il vuoto politico ha riportato in auge l’esercito, con il rischio di sprofondare in una dittatura militare. Addirittura el Baradei è accusato di alto tradimento per essersi dimesso dal suo ruolo nel governo provvisorio dissociandosi dalla violenza usata dalla polizia e dall’esercito contro i manifestanti. E’ però opportuno ricordare che c’è anche una parte, purtroppo poco ascoltata, della popolazione che sta cercando di mettere in guardia contro l’evidente abuso di potere da parte dell’esercito”.
Il malessere nei confronti di Morsi e dei Fratelli Musulmani serpeggiava nelle viscere della società egiziana. Ma fu solamente grazie ai giovani del movimento Tamarrod che questo sentimento di insofferenza si concretizzò prima sotto forma di una raccolta firme (sottoscritta da 22 milioni di egiziani) che ne chiedeva le dimissioni e poi sotto forma di proteste vere e proprie, che videro la partecipazione di milioni di cittadini. Insomma, il movimento Tamarrod ha voluto ciò che voleva (la caduta di Morsi), ma ad oggi che ruolo ricopre nel nuovo – si fa per dire – Egitto? “Il movimento – spiega Calculli – è molto composito e va distinto dalla piazza che diede avvio alle proteste contro Mubarak e anche, in parte, dalle forze più progressiste nate dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011. Tamarrod ha raccolto anime molto differenti della società egiziana, dai liberali ai conservatori, attirandosi anche le simpatie – quantomeno implicite – da parte di alcune forze islamiste, come i Salafiti. Questo è indicativo di quanto forte fosse da una parte l’incompetenza del governo dei Fratelli Musulmani e dall’altra la sua volontà di monopolizzare in modo assoluto il potere: tale, cioè, da inimicarsi la maggior parte della popolazione. Il movimento è molto fluido e nelle ultime settimane mi pare si stia sclerotizzando nel quadro generale della polarizzazione del paese assumendo posizioni violentemente anti-islamiste e populiste. Tra le recenti tra l’altro c’è anche la richiesta di sciogliere gli accordi di Camp David, stipulati con Israele nel 1979, per protesta contro le posizioni di Washington che ha chiesto all’esercito di fermare la carneficina”.
“In Egitto – ha detto nei giorni scorsi al-Sisi – c’è spazio per tutti”. Tuttavia, ha ribadito il capo delle forze armate, “i Fratelli musulmani devono rivedere le loro posizioni”. Ad oggi, è possibile immaginare una conciliazione tra le parti coinvolte? “Mi sembra che tutto stia andando verso una ricomposizione del quadro politico assai esclusiva e per nulla inclusiva. Soprattutto nei confronti dei Fratelli Musulmani. Lo scioglimento dell’organizzazione, che è praticamente un tutt’uno con il partito della Fratellanza, Giustizia e Libertà, è un segnale di chiusura e non certo di apertura. C’è tra l’altro un giallo su un presunto accordo raggiunto prima che si desse il via libera alla violenza sulle due piazze pro-Morsi, fatto saltare all’ultimo momento dal generale al-Sisi. E’ difficile dire quanto ciò sia vero. Certamente i militari hanno cavalcato l’onda del successo e del sostegno popolare per cercare di monopolizzare il potere e dare un colpo di grazia ai Fratelli. Da parte di questi ultimi, dopo quello che è successo in questi giorni, resta comunque una scarsa volontà di sedersi ad un tavolo, ammesso che ce ne siano mai state le premesse anche da parte loro. I Fratelli continuano a chiedere che Morsi torni alla presidenza dell’Egitto. E’ un’opzione irrealistica…”.
Inoltre, ciò che sta accadendo al Cairo non è un ‘affare’ che coinvolge solamente gli egiziani. Molte sono le ingerenze straniere, perché tanti sono gli interessi che ruotano attorno a questo, ennesimo, cambio di guardia al potere. “I paesi arabi che fanno sentire la propria voce – o almeno quelli che sono in grado di far sentire la propria voce in questo momento – sono ancora una volta le monarchie del Golfo. Tra queste c’è una netta divergenza tra Qatar e Arabia Saudita. Quest’ultima si è schierata con i militari, mentre il Qatar, che è il “patrono regionale” dei Fratelli Musulmani, ha difeso il partito islamista. Certo una possibile implosione dell’Egitto, il paese più popoloso del mondo arabo, preoccupa tutti e molto, ma dietro questo balletto c’è anche una competizione tra i due paesi per il prestigio e il controllo geopolitico regionale, che si sta giocando da tempo oramai su diversi tavoli, non ultimo quello siriano. Il Qatar ambisce a proiettare un’immagine di cambiamento, che ha cercato di forgiare scommettendo tutto sulla Fratellanza in Egitto, ma anche sui nascenti partiti cosiddetti “islamisti moderati” negli altri paesi che hanno avviato una transizione. Il crollo di Morsi è stato uno scacco al progetto regionale del Qatar. L’Arabia Saudita invece è ossessionata dalla stabilità; in questi ultimi anni ha sponsorizzato e finanziato piuttosto i partiti islamisti conservatori, in particolare i Salafiti e in questo frangente si è schierata con i militari. Il re Abdallah (saudita) ha incassato un punto a suo favore, dopo l’oscuramento che l’attivismo del Qatar le aveva dato. Tuttavia, se gli attori in campo sono Qatar e Arabia Saudita, stiamo parlando di due potenze fortemente conservatrici, per nulla interessate alla democratizzazione (anzi!) con una visione di politica estera che manca di lungimiranza e che si risolve nel “comprare” letteralmente il favore degli stati vicini, fornendo aiuti e prestiti: un leverage che possono forzare grazie agli ingenti proventi delle esportazioni di petrolio o gas di cui dispongono.
Per quanto riguarda gli Americani – sottolinea Calculli – l’amministrazione Obama si è trovata del tutto spiazzata in una fase che per di più rappresenta uno dei minimi storici dell’influenza che Washington riesce ad esercitare sui paesi arabi. Tuttavia l’Egitto resta cruciale per l’America, soprattutto perché è uno dei due paesi arabi – il più importante – che ha firmato la pace con Israele. Lo stato ebraico è un punto fermo della politica estera americana. Proprio in quest’ottica l’America aveva cercato di stringere un forte legame con il partito dei Fratelli Musulmani, per assicurarsi – cioè – il mantenimento degli accordi di Camp David. Ma non mi pare che la Casa Bianca stia assumendo posizioni molto coraggiose. I rimbrotti ai generali per aver violato i diritti umani perdono un po’ di credibilità, quando Obama è ancora incerto sulla sospensione degli aiuti militari che annualmente l’America versa all’Egitto. Diciamo pure che rapporti con l’esercito restano saldissimi. D’altra parte l’interesse imprescindibile dell’amministrazione americana è andar perfettamente d’accordo con chiunque sia al potere in Egitto”.

 

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