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La lama a doppio taglio della corruzione

di Carlo Buttaroni

corruzioneSi stima che, nel mondo, ogni anno siano pagati più di 1000 miliardi di dollari sotto forma di tangenti. Una cifra che corrisponde circa al 3% del Pil mondiale. In Italia, la Corte dei Conti ha quantificato i costi della corruzione in 60 miliardi di euro. Una stima che rappresenta solo un’approssimazione perché, come ha spiegato il Presidente Luigi Giampaolino, i reati di corruzione sono caratterizzati da una rilevante difficoltà di emersione ed esiste una scarsa propensione alla denuncia. Non solo perché si tratta di comportamenti che nascono da un accordo fra corruttore e corrotto ma anche perché, nell’ambiente in cui sorgono, le persone, anche quelle estranee al fatto ma partecipi all’organizzazione, non dimostrano disponibilità a denunciare i fenomeni corruttivi. Tanto che la corruzione è considerata una tassa occulta, un elemento assodato quanto impalpabile del sistema, come fosse un’atmosfera dalla quale è impossibile tirarsi fuori. Che incide, però, negli andamenti economici generali. E non solo in termini di risorse sottratte alla comunità.
Il peggioramento della percezione della corruzione ha, infatti, un impatto rilevante su misure economiche come il PIL, la produttività, l’attrattività degli investimenti. In Italia, l’elevato livello di percezione di corruzione del sistema si tradurrebbe, secondo alcune stime, in una perdita di circa dieci miliardi di euro annui di ricchezza, di 170 euro di Pil pro-capite e di oltre il 6% in termini di produttività. Senza contare che la percezione di un Paese corrotto allontana gli investitori esteri. Transparency International, organismo che studia la percezione del livello di corruzione in oltre 170 Paesi, ha stimato che la discesa di un posto nella speciale classifica sul livello di corruzione percepita si traduce nel 16% in meno d’investimenti. Al contrario, scalando qualche gradino, si attraggono risorse preziose per rilanciare l’economia. Quasi superfluo ricordare che l’Italia, negli ultimi anni, ha disceso la classifica di Transparency fino a raggiungere, nell’ultima indagine, il 72esimo posto, collocandosi in fondo alla classifica europea della trasparenza in compagnia di Bulgaria e Grecia. Anche per “Eurobarometro” l’Italia arretra in quanto a percezione della corruzione. E peggiora su tutti e tre i livelli oggetto della sua indagine: istituzioni nazionali, regionali e locali.
Ci sono, poi, gli altri fenomeni che alimentano l’economia dell’illegalità. Secondo la Commissione parlamentare antimafia, il fatturato delle mafie è stimabile in 150 miliardi di euro, con 70 miliardi di utili al netto degli investimenti. Per quanto riguarda l’evasione, invece, si stima che nel nostro Paese i redditi evasi ammontino a 270 miliardi di euro e che il mancato gettito sia di 120 miliardi, di cui 60 ammonterebbero all’Iva non dichiarata. Stiamo complessivamente parlando di oltre 400 miliardi di euro che, in un modo o nell’altro, sono sottratti alla collettività, alla crescita, allo sviluppo, al welfare. Cifre impressionanti che rappresentano un costo insostenibile per qualsiasi Paese.
Nonostante l’intuitiva consapevolezza che la corruzione (e l’illegalità in generale) può deviare il fine dell’interesse pubblico, essa è considerata perlopiù una costante marginale (o un fattore contingente) di un processo economico. Sottraendo così, del tutto arbitrariamente, il costo che la corruzione e l’illegalità diffusa fanno pesare sull’intera collettività. Perché corruzione e malcomportamento amministrativo, collusione e abuso di potere, influiscono sull’efficienza, sull’efficacia e sull’equità delle politiche pubbliche. E, dunque, sul benessere collettivo.
Purtroppo l’impressione registrata in molte ricerche, è che la corruzione (e più in generale l’illegalità) sia entrata in circolo nel sistema, diventandone parte integrante. E che l’etica pubblica sia un deterrente ormai inefficacie. Un sentimento che lascia trasparire uno scetticismo di fondo e un accomodamento strumentale con lo spirito del tempo che genera ulteriore indifferenza rispetto a ciò che è lecito e a ciò che è illecito.
Sembra diffondersi, nel nostro Paese, una smobilitazione delle coscienze, un clima sociale che porta molte persone all’assuefazione di fronte l’incalzare dei fenomeni di corruzione e malaffare. È come se molti avessero autonomamente “depenalizzato” certi reati, disposti sempre più a chiudere un occhio. Corrado Alvaro, scrittore della Locride, scriveva che «la disperazione peggiore di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile». Ci troviamo sempre più a fare i conti con una cultura che esalta una libertà slegata dalla responsabilità, una libertà degradata ad arbitrio, a scapito o addirittura contro gli altri. Ma, soprattutto, si sta delineando un clima che insidia le coscienze e l’idea stessa di legalità, inaugurando un nichilismo che avvolge in primo luogo la politica. A parte qualche concessione rituale e poche lodevoli eccezioni, negli ultimi anni è stata infatti proprio la politica a nutrire il disinteresse nei confronti della legalità, nonostante il crescente numero di casi che hanno progressivamente inquinato il sistema economico e sociale. Come a dire che un fisco tanto eccessivo da essere opprimente non possa essere riformato con gli strumenti della democrazia e della legalità, cioè della politica.
Forse anche per questo oggi si avverte con forza il bisogno di rifondare il Paese su una nuova cultura della legalità e dei valori civili. Una cultura che interpreti il diritto come espressione del patto sociale, premessa indispensabile per costruire relazioni consapevoli tra i cittadini e tra questi ultimi e le istituzioni. Il principio di legalità in democrazia rappresenta un mezzo di prevenzione a questi rischi, facilita la partecipazione responsabile alla vita sociale, sviluppando la concezione del diritto come espressione del patto di cittadinanza, valorizzando la nozione d’interesse comune. Le buone prassi sono quelle che incidono, scuotono le coscienze e stimolano all’impegno. In un contesto così deteriorato è essenziale non fermarsi alla forma e alla superficie, né accontentarsi dei “buoni propositi”, ma andare al cuore dei problemi per affrontarli senza titubanze o paure. C’è bisogno di concretezza, di continuità e di uno spicchio di positività. Promuovere la cultura della legalità può diventare un reale sostegno operativo all’incalzare di fenomeni di deterioramento civile. Perché indignarsi non è più sufficiente. Bisogna trasformare questo sentimento in impegno, per recuperare e affermare il valore della pratica della legalità come fondamento della convivenza civile, promuovendo il concetto di cittadinanza fondato sulla coscienza di due principi essenziali: quello del “diritto” e quello del “dovere”, sul rispetto dell’altro, delle regole e delle leggi.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 26 agosto. Sfoglia l’indagine Tecnè.

 

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